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Ricordo la figura di questa esile donna, tutta vestita di nero, quando da bambino negli anni '60 la  nonna paterna mi portava con sé a pregare nella chiesa di S. Giacomo, in primavera. Nella sua chiesetta del Purgatorio, avvolta in un profumo di cera e di rose, Mamma Lucia mi accarezzava il capo, mi diceva "Bell 'e mamm" e mi donava qualche caramella e la medaglia miracolosa della Immacolata.
Ricordo ancora la sua espressione di donna serena e pia, verso la fine dei suoi anni, quando scendendo dal Liceo, alla Via Rosario Senatore, dietro i vetri di una finestra la vedevo recitare il Rosario.
La figura di Mamma Lucia - che la città di Cava non dimenticherà mai per la sua generosità e semplicità - mi si è riaffacciata alla mente, qualche tempo fa, leggendo una rivista.
L'articolo mi ha talmente colpito che lo riporto in questa pagina, ricordando che è stato scritto da Maria Giovanna Damiano ed è tratto dalla rivista INCONTRI n.68/2001 edita dalla Banca Popolare dell'Emilia Romagna:

"" In una notte come tante, le apparve in sogno una radura con otto croci abbattute e le comparvero, poi, dinanzi agli occhi, otto soldati tedeschi, che la scongiurarono in lingua italiana che le loro spoglie fossero restituite alle loro madri in Germania.

Il sogno rivelatore maturò in Mamma Lucia il progetto di raccogliere i resti dei caduti sparsi sui monti di Cava, ed abbandonati allo scempio delle intemperie e degli animali randagi, per poi ricomponi e conservarli nella speranza di poterli restituire alle rispettive famiglie. Chiese quindi al Comune la necessaria autorizzazione per la raccolta delle salme che, il 16 luglio 1946, le fu accordata dal sindaco il quale, colpito dalla determinazione da lei mostrata e dalla grandezza del suo progetto, le offrì anche l’assistenza di due becchini. Le toccò poi superare l’ostacolo dell’individuazione delle tante salme sparpagliate su un territorio vasto, e spesso impervio.

L’attuazione del progetto si presentava veramente ardua, ma Mamma Lucia non si arrese e prese a girare per i luoghi interessati dai combattimenti chiedendo notizie a tutti coloro che potessero fornirgliene. Il suo lavoro iniziò dalla collina di Monte Castello, sui cui pendii trovò tredici corpi ammucchiati in una grotta.

Nelle successive escursioni, sempre faticose ed irte di pericoli, rinvenne venticinque corpi in località Arcara, e poi diciotto in Santa Maria a Toro, ed altri cinquanta in un campo di patate nella vicina Montoro Inferiore, e poi ancora tanti sui Monte san Liberatore, a Santa Croce, alla Badia di Cava, a Monte Pertuso, Pineta La Serra, ai Monti del Demanio, tutte zone limitrofe a Cava de’ Tirreni che, complessivamente, in anni di duro lavoro, restituirono alle sue mani amorose circa settecento corpi. Negli ultimi tempi di questa sua caritatevole attività si spinse fino ai luoghi che più da vicino erano stati investiti dallo sbarco alleato di Salerno, recuperando salme persino in Montecorvino Rovella.

La forza interiore che l’ ha sostenuta in tutta questa sua opera appare ancora più grandiosa considerando che presto i becchini l’abbandonarono a causa delle eccessive fatiche, dei tanti pericoli (spesso i caduti venivano interrati con ancora indosso tutta la loro dotazione di bombe e munizioni) e, probabilmente, per le motivazioni, per loro incomprensibili, che spingevano Mamma Lucia a proseguire la sua missione di "mamma". Si affidò allora alla sola forza delle sue braccia ed a qualche occasionale volenteroso, che ricompensava di tasca sua. Ella raccoglieva i corpi in cimiteri improvvisati nei campi, poi li riesumava, ne puliva le ossa e le raccoglieva in cassettine di zinco, che faceva fabbricare a sue spese. Affidava i documenti e gli oggetti personali che le capitava di rinvenire al locale commissariato e pregava, pregava, pregava instancabile e fiduciosa nell’aiuto di Dio. La paura la scuoteva spesso, soprattutto quando, scavando a mani nude, si imbatteva in proiettili inesplosi e mine, ma ella si ripeteva: "ll Signore vede e provvede" e ascoltava una voce interna che la rinfrancava o la fermava quando era realmente in pericolo.

Ma chi le stava vicino, chi la guidava e l’assisteva? Forse un Angelo custode, forse le anime stesse di quei soldati, le cui spoglie Ella rinveniva e curava amorosamente. Mamma Lucia non stette, comunque, mai a porsi tutti questi interrogativi; sapeva soltanto che doveva ascoltare gli impulsi del suo cuore generoso, senza mai fermarsi. Nella piccola chiesa di San Giacomo Minore, nell’antico Borgo di Cava, sistemava le cassettine di zinco con ordine meticoloso e le accudiva, quasi come fossero reliquie sacre. In realtà Ella offriva a quelle ossa tutto l’amore che una madre può donare ad un figlio, e le sue mani affettuose erano le mani di tutte le mamme del mondo.

Agli inizi degli anni ‘50 Mamma Lucia compì anche un viaggio di speranza e di solidarietà materna, recandosi in Germania dove era stata invitata dalle autorità. Riportò a molte donne sfortunate i resti che era stato possibile identificare, gli oggetti ritrovati accanto al cadaveri, restando sgomenta dinanzi all’alta onorificenza della Croce al Merito Germanico, che le fu riservata. In fin dei conti, si chiedeva, cosa aveva fatto lei, umile popolana, per meritare tanti apprezzamenti? Aveva soltanto agito come una madre e si era avvalsa del coraggio che la fede le aveva inculcato.