S.Lucia

Pubblicato in Le frazioni Etichettato sotto Scritto da Matteo

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Foto di Cava de' Tirreni

Sorge ai margini dell'antica Nuceria Alfaterna, su una ricca area archeologica. La serie delle torri longobarde, adibite alla caccia dei colombi selvatici, inizia dal suo territorio prolungandosi fino alla collina di S. Liberatore. Questa caccia si praticava con ampie reti, secondo un rituale rimasto intatto nei secoli. E' in corso un itinerario specifico, denominato Parco delle Torri longobarde.

S.Lucia: tra storia ed itinerari

Laddove la vallata di Cava si protende verso l’agro nocerino e la verdeggiante chiostra dei monti sembra creare uno spazio privilegiato dall’ampio panorama, ecco Santa Lucia: un villaggio che è tra i più popolosi e vivaci, ma anche tra i più lontani dal Borgo; ne dista infatti circa 4 km.
Santa Lucia, raggiungibile per mezzo di comode strade, anche di recente costruzione, offre al visitatore l’immagine di una operosa vitalità che si affianca ad una storia illustre. lì villaggio si distingue per una sua precisa fisionomia che, ad una particolare connotazione storica, unisce una realtà economica degna di rilievo: viva è la memoria dell’eroica resistenza al dilagare delle truppe francesi nel 1799, affermate e competitive sono le attività produttive nel campo dei cordami.
Domina l’abitato di Santa Lucia, verso settentrione, la cima tondeggiante del Monte Caruso (m.736) diviso dal Monte Citola dal torrente omonimo, che si riversa nella Cavaiola. Il nome Citola deriva dal latino Acidula, una sorgente minerale oggi scomparsa. Le torri, che si intravedono qua e là, ricordano la caccia ai colombi migratori, che veniva praticata nei vari “giochi” sulle colline orientali di Cava de’Tirreni Lupo e Terriento, località di Santa Lucia dove si tendevano le reti. Furono tra i primi “giochi” a smettere l’attività. Il villaggio, che vanta antiche origini, si è largamente espanso negli ultimi anni: ai fondi agricoli si sono sostituite moderne costruzioni e fabbricati del dopoterremoto. Il cuore del villaggio rimane la chiesa parrocchiale dedicata a Santa Lucia, restaurata di recente dopo i danni del sisma del 1980 e riaperta al culto nel dicembre del 1997. Sul portale, ricco di ornati in pietra grigia, è scolpita la data di apertura della Chiesa: 1634.Nella chiesa vi sono alcune tele rappresentanti scene di vita di S. Lucia , nel casettone ligneo del pittore Michele Ragolia (1677). Notevole la pala d'altare attribuita ad un maestro del '500,Aert Mijtens.
Attiguo alla chiesa è stato allestito un museo della civiltà contadina che raccoglie attrezzi  e oggetti d’uso, testimonianza di una realtà ormai scomparsa e delle capacità della gente di Santa Lucia.


 Storia

Santa Lucia, secondo gli storici locali, faceva parte del distretto di Sant’Adiutore, il quale abbracciava non solo la parte meridionale e orientale del Monte Castello, ma anche quella "settentrionale, arrivando fino al paese di Santa Lucia o Bagnara, vicino Tirrento (o Terriento)". Il nome di Bagnara o Balnearia è dovuto alle sorgenti termali che rendevano famosa la zona già in epoca romana.
Sono state rinvenute in passato in questi luoghi importanti testimonianze dei più antichi abitatori: si ha notizia tra l’altro di un ritrovamento nel ‘700 di tombe e monete romane.
Provengono da fondi agricoli nella zona di Santa Lucia i reperti archeologici (un’ara funeraria e una statua acefala databili al I e II secolo d.C.) sistemati fino a tempo fa nella villa comunale adiacente al Palazzo di Città. I nomi di alcune località ricordano le attività di una volta: Fiume è la zona dove l’acqua scorreva limpida e si biancheggiavano le tele e dove funzionava un mulino a palmento; Curaturo era il luogo dove l’impianto di proprietà del Comune serviva per candeggiare e stendere al sole i prodotti dei telai a mano. La secolare tradizione della lavorazione domestica dello spago è ancora viva presso qualche artigiano, che opera conservando metodi e attrezzi di una volta.
Al tempo della Repubblica Partenopea nel 1799, durante quella che lo storico Raffaele Baldi chiama la Controrivoluzione Cavese, i luciani, guidati dal capitano Vincenzo Baldi, che aveva radunato fra quella popolazione, gente “fiera e coraggiosa”, un gruppetto di uomini armati, cercarono di ostacolare le truppe francesi, come illustra il dipinto di Clemente Tafuri che orna il salone d’onore del Comune.

L’interno del paese consente di assaporare il gusto dell’andare a piedi per tipiche stradine e caratteristici cortili. Si impone all’attenzione, per portale di tufo e l’impianto seicentesco, il palazzo Lamberti, completato da una interessante cappella coperta da una piccola cupola vestita in maiolica verde­giallo e terminante con una interna. 
Proseguendo per la Trara Genoino si ammira sulla destra il palazzo della famiglia Baldi, al civico n.13 e la piazzetta Olmo, abbellita con un crocifisso in ferro che risale al 1897.
Salendo per la salita Asproniata e superando la collinetta detta Toppo, si può arrivare a Sant’Anna.


 S.Anna

La strada principale, passando per la località Scarico, detta così per il deposito di legname che qui veniva un tempo effettuato, conduce alla contrada San Felice e al villaggio di Sant’Anna, con possibilità di addentrarsi nel Parco di Diecimare (istituito nel 1980 attrezzato con percorsi didattici e centro di accoglienza) e di fruire dell’ospitalità di aziende agrituristiche o ristoranti. La frazione , silenziosa, presenta al centro una chiesetta, fondata nel 1860: intorno ad essal la tradizione narra che fu fondata da due coloni della zona per dare ai numerosi contadini dei dintorni la possibilità di acoltare la messa festiva.Tutta la gente del posto si prodigò alla costruzione e la visione di S.Anna ad una vecchietta fece decidere tutti ad intitolare la chiesetta alla madre di Maria Vergine.

Dalla collina della Citola hanno in inizio le torri per il “gioco” dei colombi. A Santa Lucia si possono ammirare ben cinque di queste tipiche costruzioni, legate ad una tradizione esclusivamente cavese. Le due torri che si levano sul Monticello sono molto degradate: hanno subito anche danni dai bombardamenti del ‘43. Le altre sono meglio conservate, ma tutte meriterebbero maggiore considerazione in quanto ultime testimoni di quella usanza, risalente al popolo longobardo, che ha reso Cava degna di interesse agli occhi di visitatori illustri. Le torri superstiti potrebbero essere una buona ragione per costituire un percorso da offrire al turista unitamente alla lavorazione dello spago secondo i metodi tradizionali che vedeva impegnate intere famiglie "a girare la ruota", dai più anziani ai bambini.

 

Alcune foto ed il testo sono tratti da depliant illustrativo a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cava de’ Tirreni - 2000 - Testi di Lucia Avigliano con la collaborazione del Comitato Parrocchiale di S.Lucia

 

 

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