Vittoria Aganoor - poetessa della Belle Epoque

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Foto di Cava de' Tirreni

L’anno 1908 fu tra i più felici  della villeggiatura a Cava per frequenza e qualità e per una serie di riuscitissime feste che culminarono con l’ allegra cavalcata alla Serra e ad Arco, per fare assistere al gioco dei colombi una ospite di eccezione: la poetessa Vittoria Aganoor, poetessa romantica della Belle Epoque

Vittoria Aganoor Pompilj (Padova, 26 maggio 1855Roma, 8 maggio 1910) figlia di Edoardo Aganoor, conte di origini armene, e di Giuseppina Pacini, trascorse l'infanzia nella città di Padova spostandosi presto a Venezia con la sua famiglia

Poetessa, frequentò spesso la città di Cava de' Tirreni dove viveva la sorella Angelica a cui era molto legata. Nella città, ospite del barone Abenante in località Arco Campitello, compose una lirica dedicata proprio alla predetta campestre località cavese, dopo aver assistito alla tradizionale caccia dei colombi, che si svolgeva annualmente in zona e risalente all'epoca longobarda.

Questi versi furono scritti da Vittoria Aganoor in un Album che era nella casa campestre fra Campitello ed Arco, del Barone Abenante.Trascritti dal’avv. Domenico Galise, furono da questi consegnati aValerio Canonico e con alcuni documenti concernenti il Gioco dei colombi di Rotolo.

  

ARCO

È un alto monte
vi stanno pronte
le reti, ed un arcangelo le veglia,
ritto di fronte
all’ampia valle,
volte le spalle
al sole che muore.

(Come un tempo quel grande imperatore
chiuso in Sant’Elena.
Veglia... e sogna uno splendido sereno,
niente vento, moltissimi piccioni,
allegre colazioni,
ma pochi evviva, più sommessi almeno:
chè in mezzo a una repubblica di chiassi,
di tante matte risa, oh!, che volete
che possano fare frombolieri e sassi?
Giganti? Son finiti, ed anche è andato
di Davide lo stampo; allora un uomo
uccideva un gigante;
ora... truce in sembiante
più d’un alto e robusto fromboliere
un altro fin si propone
e in codesta stagione
gode la ammirazione
di ben mille persone,
si arrampica carpone
in cima a un torrione,
bisbiglia un’orazione
prima d’aprir tenzone
da impavido leone,
e, armato d’un petrone,
a tender si dispone
dal suo stretto girone,
com’è sua professione
insidie ad un... piccione!

* * *

Son molte rime in one
(dirà chi ben s’oppone),
ma un bricciolo non v’è d’ispirazione
in questo zibaldone.
Darei per un pensiero,
se l’avessi, un impero;
darei per una frase indovinata
se l’avessi, uno scettro!
Mutiamo metro!
Arco addio, me ne vado;
come di grado in grado
si van perdendo quei lontani colli
nella nebbia leggera,
ogni festa si perde nella sera
del tempo che precipita

***

Mesti, come i tramonti
di autunno, in mezzo ai monti
sono i congedi! Viene la sera, e l’occhio
fiso in quell’alte cime,
penso... ch’è vano mendicar le rime
se Pègaso ricalcitra.

 VITTORIA AGANOOR

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