La religiosità

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Foto di Cava de' Tirreni

La Chiesa di S.Maria di Costantinopoli

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Posta al bivio tra le frazioni di S.Pietro e della SS.Annunziata , troviamo una piccola semplice chiesa con un campanile a vela: è la Chiesa della Madonna di Costantinopoli o del Monte, costruita grazie alla beneficenza dell'architetto napoletano Vincenzo Della Monica.

La sua fondazione, nella contrada detta dei Barilari, risale al 1603 e da allora l'edificio ha subìto diversi interventi ed è stata completamente rifatto verso la metà del XVIII secolo. Di notevole interesse è la pala risalente al XVI secolo, un tempo collocata sull'altare, oggi invece conservata nell'aula consiliare del Palazzo di Città e rappresentate la Madonna di Costantinopoli col bambino tra S. Giovanni Battista e S.Domenico, con in basso a destra il committente Vincenzo della Monica in atteggiamento di preghiera.

Particolarmente interessante è il paesaggio che si intravede nel quadro che ricorda la pittura seicentesca di Leonardo da Vinci.

Il Patrono: Sant'Adiutore

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Patrono della diocesi di Cava è S. Adiutore, che viene celebrato il 15 maggio di ogni anno, su richiesta del Vescovo Mons. Lavitrano con un decreto della Congregazione dei Riti negli anni '20 . Il nome deriva dal latino e significa "colui che aiuta".

Adiutore nacque nell'Africa proconsolare nel V sec., forse a Cartagine. Salazar, autore del Martirologio spagnolo, dice che egli militò nell'esercito di Genserico e lo seguì nella conquista della Spagna, ma avendo assistito al massacro dei cristiani, abbandonò l'esercito e abbracciò la fede cristiana, diventando sacerdote e poi vescovo della città di Aba: Governava con zelo la diocesi africana, quando sulla sua chiesa si abbatté la crudele persecuzione dei vandali, che inflissero torture e nefandezze orribili ai cristiani. Il vescovo fu imprigionato e caricato in catene su una barca insieme ad altri vescovi affinché perissero, inghiottiti dalle onde. Ma miracolosamente l'imbarcazione si diresse verso i lidi della Campania. Era l'anno 442. Il Vescovo svolse la sua missione dapprima nel territorio di Aversa ( dove un paesello,Santo Aitorio, ne ricorda il nome) e poi nella valle metelliana.
La città di Cava fu influenzata dall'apostolato di Adiutore, la cui parola irradiava luce e carità .Egli non era un letterato ma da uomo saggio, obbediente, caritatevole, non visse in solo giorno per sé. Quando la guerra si abbatté sul popolo dell'antica Marcina (Vietri), egli ne condivise le pene e gli affanni e organizzò l'esodo doloroso dalla città marinara, invasa dai barbari, verso le colline della valle metelliana. La sua fama valicò i confini cittadini e gli furono affidate chiese nelle diocesi di Napoli, Benevento, Isernia, Salerno e Nola. S. Adiutore si trasferì a Benevento dove mori'. Le sue spoglie sono custodite nella Chiesa Metropolitana di Benevento in un'urna sotto l'altare maggiore e contenti venti casse di piombo, ciascuna con reliquie di santi. Nella quinta, come attesta il Cardinale Orsini Arcivescovo della città in una lettera inviata il 9 agosto 1709 a Mons. Carmignano Vescovo di Cava, sono conservate le ossa della testa e altre ossa.

 


sant_adiurtre

statua di S.Adiutore
conservata presso la Cattedrale di Cava

 

Nel Martirologio Romano di Papa Gregorio XII , S. Adiutore è riportato come Vescovo e la sua festa indicata nel 1° settembre:

Die prima septenbris.Capuae item alterius Prisci Episcopi, qui unus fuit ex illis sacerdotibus qui in persecuzione Wandalorum ob fidem catholicam varie afflicti et vetustae navi impositi, ex Africa ad Campaniae litora pervenerunt et christianam religionem, in iis locis dispersi, diversisque Ecclesiis praefecti,mirifice propagarunt. Fuerunt autem eius socii Castrensis,Tammarus, Haeraclius, Secondinus, Adiutor, Marcus, Augustus, Elpidius, Canion et Vindonius.

 

Divenuta Cava sede episcopale nel 1513, i metelliani ottennero con decreto pontificio del 1520 che S.Adiutore fosse dichiarato patrono della Città ma nel 1684 venne dichiarata patrona e protettrice di Cava la Madonna dell'Olmo e da allora il culto ha preso il sopravvento nell'animo dei Cavesi,tanto che S. Adiutore è rimasto patrono soltanto nella Diocesi.
La prima piccola cappella a lui dedicata, sulla collina del castello longobardo, (l'attuale 
Monte Castello) sorse nell' VIII sec.


effige del Santo

Il culto della Madonna dell'Olmo

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Nel luogo in cui oggi sorge il Santuario, verso la fine del XI secolo esisteva già una cappellina dedicata a Santa Maria della Pietà e dell’Olmo. La località, chiamata Panicocolo, all’epoca si presentava ancora nella sua natura selvatica e boschiva. I pastori dei casali delle colline circostanti scendevano qui, a valle, per il pascolo del bestiame. La cappellina si situava proprio all’incrocio di un importante snodo viario, la via Nocerina che, attraversando l’attuale corso, da Napoli portava a Salerno.
Tale posizione, così favorevole agli scambi commerciali, favorirà nel XV secolo lo sviluppo di quello che sarà denominato il Borgo Scacciaventi, verso le cui botteghe confluivano i prodotti dell’artigianato tessile cavese.
La cappellina sarebbe stata costruita dal proprietario del terreno nel luogo dove fu rinvenuta la sacra immagine. La leggenda racconta che in una notte oscura un gruppo di pastori, mentre era intento a sorvegliare le pecore, fu attratto da un insolito splendore, che li lasciò sorpresi e impauriti. L’evento si ripeté per molte notti successive, finché una notte gli umili pastori si fecero coraggio e decisero di avvicinarsi al luogo da cui proveniva il sovrumano bagliore. Man mano che essi si avvicinavano, vedevano che quella strana luce si affievoliva fino a spegnersi. Decisero, dunque, di riferire la notizia all’abate che sarebbe stato, secondo taluni il primo, S. Alferio e secondo altri il terzo, chiamato S. Pietro. L’abate decise, dunque, di recarsi personalmente sul luogo in solenne processione e con gran devozione. La sorpresa fu veramente grande: giunti sul posto i convenuti videro tra i rami di un grande olmo, circondata da mille luminosissime fiammelle, l’immagine di Maria.
L’abate, pensando di portarla in un luogo più decoroso, trasportò il santo simulacro nella chiesa di S. Cesario, ma da qui scomparve per ricomparire miracolosamente sul luogo delle precedenti apparizioni.
L’abate da ciò comprese che era volontà della Madonna che la sua immagine fosse venerata proprio in quel sito.


La sacra icona

Ricostruire le origini e la storia del santo simulacro non è impresa agevole poiché nel Medioevo le reliquie e le immagini sacre hanno, spesso, subito numerose traslazioni nel tentativo di sottrarle all’iconoclastia.
Il Polverino, notaio e storico cavese del 1700 così ce la descrive: [... è dipinta su una tela, di colore bruno, di volto grave con un neo sul viso nella parte destra e propriamente sotto la gota, col  manto azzurro, con una stella dorata a man destra con i suoi finimenti anche dorati, col suo Bambino Gesù in atto di stringerselo al seno, unita guancia a guancia ].
Con molta probabilità, per le caratteristiche bizantine, l’opera risale al 1000 ed è dipinta a tempera, su tela preparata con uno strato di cera saponificata e colla, protetto con resine sciolte in olio di lino cotto.

 


Notizie storiche

La posa della prima pietra avvenne nel 1482 e fu benedetta da S. Francesco di Paola, invitato dai Cavesi, i quali seppero che era di passaggio per Cava in quanto, per ordine del Papa Sisto IV, doveva recarsi in Francia per la guarigione del re Luigi XI. In quella occasione, il Santo vaticinò che un secolo dopo nella nuova chiesa avrebbero officiato i suoi frati. I frati Minimi o Paolotti hanno, infatti, retto il santuario ed il convento con un piccolo terreno coltivabile dal 1581 al 1807, anno in cui dovettero lasciare il complesso per via della soppressione napoleonica di tutti gli ordini religiosi.
A partire dal 1896, il santuario fu affidato ai Padri Filippini, ordine fondato da S. Filippo Neri. Ad essi si deve l’attuale sistemazione del complesso monumentale dell’altare, la realizzazione del pulpito, della cantoria e del nuovo organo tutt’ora funzionante.

 


Esterno

Il complesso architettonico si compone di due edifici che si fiancheggiano.
La chiesetta laterale, che oggi funge da oratorio della Confraternita, cui si deve la fondazione dell’antico ospedale di S. Maria dell’Olmo, presenta un primo ordine sul quale si aprono tre portali. Quello maggiore, poggiante su una gradinata, è chiuso da cornici ed  è sormontato da un timpano spezzato curvilineo. Volute angolari lo raccordano all’ordine superiore, forato da una grande apertura dalle linee sinuose. Membrature, lesene, cartocci, ghirlande e torniti pinnacoli conferiscono alla piccola facciata eleganti forme tardobarocche.

La  facciata più grande, quella della chiesa madre, è ugualmente realizzata con la sovrapposizione di due ordini architettonici, scanditi da due coppie di lesene con capitelli ionici. Un timpano triangolare, recante a centro un ovulo con l’immagine della Vergine, la completa.

Il fianco esterno a vista presenta una successione di poderosi contrafforti e si conclude con il campanile massiccio e squadrato, realizzato in travertino e pietra calcarea. Al primo ordine, che si impone per la dicromia della zebratura, si apre un ampio portale che introduce nel cinquecentesco chiostro del convento dei Minimi, oggi casa dei Padri dell’Oratorio. Si tratta di un quadriportico a pianta quadrata e, su ciascuno dei suoi lati, si aprono cinque archi a tutto sesto impostati su possenti pilastri squadrati.

 

 


Interno

L’edificio è ad una sola navata, con piccole cappelle laterali decorate da altari minori.Il soffitto è impreziosito da cornici seicentesche in oro zecchino che racchiudono quindici tele raffiguranti episodi e guarigioni di S. Francesco di Paola. Sono opera del palermitano Michele Ragolia, del 1683, come l’affresco dei Santi in gloria della cupola a scodella che sovrasta la zona absidale. Quest’ultimo, restaurato, si presenta chiaramente leggibile, mentre le tele del soffitto appaiono coperte da una densa patina.
Il complesso monumentale dell’altare maggiore è stato realizzato dallo scultore napoletano Francesco Ierace. Inaugurato nel 1924, ha dato una sistemazione di privilegio all’icona della Vergine, posizionata precedentemente su un altare minore, quello che oggi è dedicato al Sacro Cuore.
Ai piedi dell’albero bronzeo che la cinge con le sue fronde, sono collocate le quattro imponenti statue marmoree di S. Adiutore, S. Alferio, S. Francesco di Paola e S. Filippo Neri, santi che hanno avuto particolare rilievo nella storia di Cava e del santuario. Due angeli oranti di gusto neoclassico posti su alti pilastri dominano l’originale complesso.
Ugualmente novecentesco il pulpito marmoreo dedicato al Vangelo, opera dello scultore cavese  Alfonso Balzico. Poggia sul dorso di un leone e di un toro, simboli, rispettivamente, degli evangelisti Marco e Luca. I bassorilievi del parapetto raffigurano sul fronte un libro del Vangelo, a sinistra un’aquila simbolo dell’evangelista Giovanni, a destra un angelo simbolo dell’evangelista Matteo. Alla base una grande “M” coronata da fregi è chiaro richiamo alla Vergine Maria.
L’intero edificio presenta una decorazione in marmi policromi ottocentesca. Due archi di piperno scuro lavorati a scalpello a corda intrecciata sono stati rinvenuti al di sotto di questa in corrispondenza di due cappelle laterali a destra e sinistra; sono testimonianza della perizia dei maestri scalpellini cavesi.
Sull’ultimo altare a sinistra, nei pressi della sacrestia, è una statua dell’Immacolata (1594), opera dello scultore Michelangelo Naccherino.
Un dipinto con S. Filippo Neri e S. Carlo Borromeo fa bella mostra su un altare laterale a destra.Due sculture lignee, policrome, seicentesche, un crocifisso e il busto di S. Anna (Giacomo Colombo 1671), sono collocate su altri altari minori.

Nella basilica è conservato il corpo del Servo di Dio P. Giulio Castelli che fondò la Congregazione dell'Oratorio di S. Filippo Neri a Cava de' Tirreni, di cui è in corso il processo di beatificazione.Nel 1684 venne dichiarata patrona e protettrice di Cava e da allora il culto ha preso il sopravvento nell'animo dei Cavesi,tanto che S. Adiutore è rimasto patrono soltanto nella Diocesi.

 

GALLERIA FOTOGRAFICA MADONNA DELLOLMO

( Si ringraziano per la collaborazione, per i testi e le foto la prof.ssa Annarita Manzo e le classi 4a e 4C dell'Istituto Professionale per il Commercio di Cava de' Tirreni)


Rappresentazioni sacre dell' Incoronata dell'Olmo

           

L'Abbazia benedettina della SS. Trinità

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Alle pendici del monte Pertuso, sotto l’immensa Cava Arsicia, sorse a partire dal 1011 l’ Abbazia benedettina della SS. Trinità, fondata da S. Alferio Pappacarbone che ne fu il primo abate..Alferio, nobile salernitano di origine longobarda formatosi a Cluny. Sotto il terzo abate S. Pietro divenne centro di una congregazione vasta , l' Ordo Cavensis, che arrivò ad avere ben 400 dipendenze tra chiese, abbazie e priorati. L'influenza si estese in tutto il Mezzogiorno d'Italia, anche con il favore dei principi salernitani che furono sempre benevolenti.

I primi quattro abati furono dichiarati Santi dalla Chiesa: Alferio,Leone, Pietro e Costabile, mentre altri otto furono dichiarati beati (Simone,Falcone, Marino, Benincasa, Pietro II, Balsam, Leonardo e Leone II). Tra il XIII ed il XIV secolo cominciò un declino causato dalla troppa cura dei beni materiali e per le numerose devastazione ed espoliazioni. Nel 1394 divenne sede vescovile poi fu affidata fino al 1497 ad abati commendatari. In questo anno fu aggregata alla Congregazione di S.Giustina da Padova, con l'osservanza della vita monastica e il governo della diocesi. La chiesa e alcune zone dell'abbazia furono ampliate nel XVIII sec. Con la legge di soppressione del 1867 la Badia fu dichiarata Monumento nazionale ed affidata d un abate pro- tempore. Nel 1979 fu ristrutturata dalla S. Sede ed attualmente conserva e gestisce i santuari di Maria SS. Avvocata sopra Maiori, dell' Avvocatella a S. Cesareo e di S. Vincenzo Ferreri a Dragonea di Vietri sul Mare.


La Chiesa fu costruita nel sec.XI dall'abate S.Pietro e consacrata il 5 settembre 1092 da papa Urbano II. Completamente ricostruita nel sec. XVIII su disegni di Giovanni del Gaiso. Della basilica primitiva restano l'ambone cosmatesco del sec. XII e la Cappella dei SS.Padri, ristrutturata e rivestita di marmi policromi.
L’attuale facciata risale alla seconda metà del ‘700. La cupola, il coro e la traversa furono affrescati nel secolo scorso da Vincenzo Morani. Da notare l’ambone con mosaico cosmatesco del XII sec., i due bassorilievi rinascimentali raffiguranti S. Matteo e S. Felicita presso la cappella del Sacramento, l’altare seicentesco in marmi policromi di quest’ ultima.
A destra, la grotta di S. Alferio con l’urna contenente le reliquie del santo e resti di affreschi del XIV sec. alle pareti. La sacrestia è arredata con stigli del ‘700: vi si accede da un bel portale rinascimentale finemente intagliato. In una delle cappelle adiacenti si ammira l’altorilievo di Tino da Camaino (XIV sec.) raffigurante la Madonna col Bambino fra S. Benedetto e S. Alferio. Nel paliotto è inserita una lastra di marmo del sec. XI.


Sormontato dalla viva roccia, il chiostro romanico (XIII sec.) è ornato da sarcofaghi di epoca romana: il più pregevole è quello raffigurante il mito di Meleagro.Il Chiostro ,unico per il suo genere e per le sue careatteristiche,è il risultato del continuo avvicendarsi di interventi:esso venne edificato tra l'Xi ed il XIII secolo,nello spazio ristretto tra la Grotta Arsicia, primo nucleo del cenobio benedettino, e le acuqe del ruscello Selano.La particolare conformazione del territorio non ne permise creazione di struttura più ampia, così come si puo' invece ammirare in altri monasteri. In effetti il chiostro rappresenta il luogo piu' intimo del monastero. Nella parte piu' prfonda della grotta si puo' notarr un muro di epoca romana, che conferma l'esistenza di manufatti precdenti alla venuta di Alferio Pappacarbone.In questo muro venne ritrovata la piccola scultura del fauno, che testimonia probabilmente l'attività nella zoan del culto pagano.Il chiostro presenta l'influenza bizantina, considerati anche i numerosi commerci che gli stessi monaci della Badia tenevano con l'Oriente.

Alle pareti del cosiddetto Cimitero longobardo, avanzo di affreschi di Andrea Sabatini. Una vasta sala del XIII sec. è adibita a museo:qui tra le opere che vi sono raccolte: una Madonna con Santi, tavola senese del XV sec.; un cofanetto d’avorio del sec. XI; un polittico di scuola raffaellesca attribuito ad Andrea Sabatini; tele di pittori caravaggeschi; numerosi reperti archeologici; una collezione numismatica completa e ordinata per le zecche longobarde e normanne di Salerno; maioliche abruzzesi e vietresi; codici miniati di inestimabile valore. Adicanete al chiostro, c'è la Sala del Capitolo antico del sec. XIII dove sobo sistemati alcuni sarcofaghi romani, attribuiti al III sec. d.C. e troviamo anche l'affresco del XIV sec. raffigurante San Michele Arcangelo fra i Santi Alferio e Pietro Pappacarbone, staccato dalla grotta Arsicia.


La sala capitolare, sorta nel sec. XVI ,è stata adibita a sacrestia fino al 1761 è ornata con stalli intagliati. Il bel pavimento maiolicato è del 1777. L'architettura della Sala è datata intorno alla seocnda metà del XIII secolo e le sedute e gli schienali in legno con inatrsi e intagli, sono risalenti al 1540. Nella prima metà del secolo XVII l'Abate Giulio Vecchiobe commisisono' il restauroi della sala e il suo abbellimento.Furono ornate pareti e soffitto con affreschi raffiguranti San Benedetto, Sant'Alferio ( che mostra il cenobio da lui fondato nel 1011) ed altri fondatori di congregazioni monastiche tra cui San Bernardo, San GUglielo e San Romualdo. Inoltre sono rappresentati alcuni fondatori di ordini cavallereschi che osservavano la regola benedettina. Ad arricchire infine la sala lo splendido pavimento in ceramica napoletana,in stile tardo barocco: datato 1777,il pavimento era collocato inizialmente a Napoli presso il convento delle monache di Sant' Andrea delle Dame. Fu porttao a Cava dopo la II guerra mondiale, dono della Soprintendenza alle Gallerie di Napoli, per farlo ammirare in un luogo piu' consono.Opera di Ignazio Chiaiese, è costituito da una zona a decorazione naturalistica con un grande cesto traboccante di fiori , rielaborazione della pittura della natura morta napoletana.Nella parte superiore invece tra rami, festoni e pavoni, vi è un paesaggio marinaro, tipico della scuoal del Settecento partenopeo.

 


 

La Biblioteca è fornita di oltre 50.000 volumi, con numerosi incunaboli ed importantissime edizioni cinquecentine. Giustamente famoso è l’Archivio, ove sono contenuti preziosi codici e manoscritti, più di quindicimila pergamene e una considerevole quantità di documenti cartacei. Il testo integrale dei documenti più antichi, dal 792 al 1065, è pubblicato negli otto volumi del <Codex Diplomaticus Cavensis >. Tra i codici più importanti, il <Codex Legum Longobardorum>il <De Temporibus> di Beda il Venerabile (sec. XI) e la Bibbia visigota del sec.IX.


Il Museo dell'Abbazia

All'interno del sito museale dell'Abbazia vi sono numerose tele, sculture, ceramiche , miniature a partire dal '200.In esso vi sono presenti numerose testimonianze artistiche tra cui un grande polittico dipinto per l'altare maggiore della Chiesa, risalente alla metà del XVIII sec, probabilmente di Cesare da Sesto, che aderiva al movimento lombardo-raffaellesco di Andrea Sabatini. Nel museo vi sono altre opere quale la pala dipenta peer la chiesa di S.Cesareo da Agostino Tesauro o il tondo eseguitoda Francesco Penni su disegno di Raffaello.Vi sono poi sarcofagi romani, sculture medievali, pitture del '300 e '400 di scuola senese,una statua policroma raffigurante una Madoinna col Bambino e una raccolta di dipinti su tavola del Cinquecento.
Vi sono poi oggetti di ceramica, porcellana, avorio e metallo di varie epoche e fatture: tra queste la cassetta eburnea del XII sec. di fattura bizantina, carte nautiche del XIV sec. ed alcuni corali,quali esempi del prezioso materiale cartaceo e pergamenaceo che la Badia custodisce nel suo ricchissimo archivio.

 

 

Il passaggio di S. Francesco di Paola a Cava

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San Francesco di Paola vanta un passaggio nella città di Cava con l'apposizione della prima pietra della Chiesa dedicata alla Madonna dell'Olmo nel 1482 come ricorda la lapide posta sulla porta laterale.

La "charitas" e le guarigioni miracolose del Santo ( ad esempio il celebre miracolo dell’attraversamento dello stretto di Messina sul mantello) erano noti non solo in Italia ma anche in tutta Europa e molti potenti lo invitavano a recarsi presso di loro per operare miracoli. Fu proprio su invito del papa Sisto IV di recarsi in Francia dal  Re Luigi XI ammalatosi che il Santo si trovo' a sostare a Cava e gli fu richiesto di porre la prima pietra di una chiesa per la quale  profetizzò che in futuro sarebbe nato un monastero del suo ordine. Infatti nel 1581 la Chiesa venne  a lui dedicata con la cura dei Padri Minimi, detti anche Paolotti, appartenenti all'Ordine da lui fondato, in cui veniva osservata una povertà assoluta. Con le leggi di soppressione, nel 1869 subentrarono i Padri Filippini che tuttora gestiscono la Basilica. Durante il suo soggiorno a Cava fu ospite della famiglia De Curtis, lungo la via che da Sant'Arcangelo porta a Licurti e sul portale della casa dove fu ospitato è ancora presente una bella edicola votiva. Questa edicola non è la sola che si trova in città: molte chiese cavesi presentano l'immagine del Santo o la scritta "Charitas"
Il Santo viene rappresentato anche nelle tele del '600 che si trovano sul soffitto della chiesa della Madonna dell'Olmo che illustrano episodi della sua avventurosa vita. La piu' grande, centrale, rappresenta S.Francesco che sorvola la città : è un dipinto di Michele Ragolia ,pittore palermitano, attivo a Napoli e nelle sue Province, che riuscì a coniugare gli ultimi riflussi manieristici (dovuti al suo apprendistato alla bottega di Belisario Corinzio) con le istanze classiciste. Il dipinto è anche una delle prime vedute della città: il Santo ha in mano un foglio in cui si legge: “Cava noli timere, protector tuus sum” datato 1683. Nello stesso anno fu dichiarato protettore della Città.



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