Chi percorre Corso Umberto I con attenzione lo riconosce subito: tredici portici solenni che si aprono sulla via principale del Borgo, dietro i quali si nasconde una delle storie più lunghe e tormentate di Cava de’ Tirreni. È il complesso dell’ex Monastero di San Giovanni Battista, fondato nel 1587 dall’Università Cavese — come si chiamava allora l’Amministrazione Comunale — per dare alloggio a un considerevole numero di monache che, senza una sede, erano costrette a «andare vagando».
La decisione fu votata a maggioranza nella riunione del 20 marzo 1587. L’atto di costituzione fu redatto dal notaio Camillo Formosa, e la consegna ufficiale alle suore avvenne il 25 agosto 1601. Il Comune si riservò la proprietà dell’edificio, mantenendo una serie di diritti e privilegi: le professe pagavano 300 ducati, le educande 600 ducati annui, e il cappellano veniva scelto dalla Municipalità tra «i più esemplari e prudenti sacerdoti del clero locale».
Nel 1608 il Vescovo De Cardona trasformò il ricovero in Monastero di perfetta clausura. La chiesa conventuale fu costruita tra il 1640 e il 1650, bella e riccamente adornata: la sua facciata barocca classicheggiante è ancora oggi visibile di fronte alla chiesa del Purgatorio. Per finanziare i lavori, il Comune impose una tassa di un tornese su ogni totolo di farina importata in città.
Lo storico cavese Adinolfi scriveva: «Nel mezzo del Borgo Grande fu fondata dalla Università un Monastero di Donne che porta il titolo di S. Giovanni Battista; sul principio, nel 1601, fu destinato per Conservatorio delle donzelle povere, ma nel 1605 fu elevato a Monastero di perfetta clausura».
Secoli di trasformazioni
Nel Settecento le monache ampliarono il patrimonio e raggiunsero una quasi autonomia dall’Università cavese. Ma i moti rivoluzionari del 1799 portarono al saccheggio: ori e argenti degli arredi sacri andarono perduti. Con l’Unità d’Italia, nel 1861, i beni ecclesiastici furono incamerati dallo Stato e nel 1866 gli Ordini religiosi soppressi. Da quel momento l’edificio cambiò volto più volte: sede di Comizi elettorali nel 1867, poi cinema, ufficio postale e telegrafico, infine Pretura. Ogni nuova funzione lo allontanava dalla sua vocazione originaria.
Il colpo definitivo arrivò con il terremoto del 23 novembre 1980. Il complesso, già provato da secoli di trasformazioni, fu dichiarato inagibile. Per quasi quarant’anni le sue porte rimasero chiuse, mentre la città continuava a passarci davanti ogni giorno senza poterlo abitare.
Una nuova vita grazie ai fondi europei
La svolta è arrivata grazie ai fondi del programma PIU Europa, con cui il Comune ha finanziato un restauro integrale durato 18 mesi, completato ed inaugurato 19 luglio 2017 sotto la direzione dell’architetto Emilio Maiorino, riportando finalmente i cavesi dentro il loro monastero.
Oggi il complesso — ribattezzato Palazzo San Giovanni e affacciato su Corso Umberto I al civico 167 — è un polo culturale e ricettivo aperto alla città: ristorante, pizzeria, lounge bar, foresteria e un rooftop panoramico si affacciano sul Giardino delle Clarisse, la corte interna dedicata alla memoria delle suore. Qui si tengono concerti, spettacoli e cene sotto le stelle.
Quattro secoli di storia, di clausura, di silenzio e di rinascita. Il Monastero di San Giovanni al Borgo è, forse più di ogni altro edificio, lo specchio dell’identità di Cava de’ Tirreni.
Fonti: Sac. Attilio Della Porta, Il Monastero di San Giovanni al Borgo, in «Il Pungolo», n. 9 – 5 agosto 1980; Archivio Comunale di Cava de’ Tirreni; Comune di Cava de’ Tirreni – Ufficio Patrimonio.
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