Cavajuole vota cannuole!

12 Feb,2026 | Le Curiosità

Se sei cavese, questa frase ti risuona nelle orecchie come un’eco del passato. Ma cosa significa davvero? E perché questo detto è diventato il simbolo della nostra città?

Il privilegio che cambiò Cava

Partiamo dal principio. Il 22 settembre 1460, il Re Ferdinando I d’Aragona concesse ai cavesi un privilegio straordinario: l’esenzione dal pagamento delle gabelle in tutto il Regno aragonese. Un lasciapassare commerciale che valeva dalla Rocca di San Benedetto del Tronto (sull’Adriatico) fino a Terracina (sul Tirreno), arrivando persino a Lampedusa.

I suoi successori confermarono questo diritto, che rimase valido sia per chi comprava che per chi vendeva. Un vantaggio commerciale enorme per una città di mercanti e tessitori in ascesa.

La cannula al collo: un lasciapassare medioevale

Ma come facevano i cavesi a far valere questo privilegio? Con una cannula (o cannuolo) appesa al collo: un astuccio cilindrico in cui conservavano gelosamente la pergamena reale che attestava il loro diritto.

Immaginate la scena: un cavese al mercato, carico di merci, viene fermato dal gabelliere che pretende il pagamento dei tributi.

“So’ ccavajuole!” (sono cavese), risponde sicuro il nostro.

“Vota cannuolo!” (mostra il documento!), replica il gabelliere o il notaio.

Il cavese estrae dall’astuccio il prezioso lasciapassare, lo mostra, e prosegue il suo viaggio senza pagare un soldo.

Le interpretazioni del detto

Come spesso accade con i privilegi, questo diritto suscitò diverse interpretazioni. Coloro che confinavano con la Città di Cava, per denigrare le franchigie ottenute da Re Ferrante, sostenevano che l’aneddoto avrebbe avuto due significati.

Prima interpretazione: il volta-gabbana

Secondo questa versione, il cavajuolo sarebbe un voltafaccia, uno che cambia facilmente opinione di fronte a un guadagno personale. “Vota cannuole” diventerebbe quindi “volta la casacca”, riferito alla presunta incostanza dei cavesi negli affari.

Seconda interpretazione: la farsa dell’asino

Questa versione, tratta dalle Farse Cavajole, è più elaborata.

Si racconta che secoli fa il Sindaco di Cava convocò i cittadini per punire un asino colpevole di aver mangiato l’erba della villa comunale. La punizione consisteva nell’applicare una cannula nell’ano del somaro per soffiare aria fin quando gli si gonfiasse l’intestino: la pancia gonfia e il dolore avrebbero insegnato all’animale a non strappare più l’erba dai prati.

Tutti i cavajuoli, uno dopo l’altro, soffiarono nella cannula. Ma quando arrivò il turno del Sindaco, questi pensò che non si addicesse a una persona del suo rango mettere la bocca dove l’avevano messa tutti i suoi concittadini. Così estrasse la cannula dall’ano dell’asino e la riconficcò dal verso opposto – cioè dalla bocca – soffiando a pieni polmoni.

Una farsa che voleva rappresentare i cavajuoli in chiave satirica, secondo i canoni del teatro popolare dell’epoca.

Tra storia e tradizione

Che si tratti del privilegio reale o delle interpretazioni satiriche, il detto “Cavajuole vota cannuole” è entrato nella memoria storica della città. Rappresenta il periodo di floridezza commerciale di Cava, quando i suoi mercanti potevano viaggiare per tutto il Regno con un vantaggio competitivo importante.

In quella cannula al collo c’era un documento firmato da un Re. E questo privilegio, durato nei secoli, ha segnato profondamente la storia economica e sociale della nostra città.

Vota cannuole! Un detto che continua a raccontare chi siamo stati.

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