La cappella dei De Rosa alla Serra

17 Mar,2026 | La Religiosità

Nella località la Serra , nella frazione SS.Annunziata di Cava, esiste una piccola cappella che pochi conoscono: la Cappella di Santa Maria de Roesis, la cappella dei De Rosa. È un edificio modesto, quasi invisibile tra le case, ma nasconde una storia interessante che riporta indietro di quasi cinque secoli.

Quando è nata

La cappella fu fondata nel 1539 dal nobile Pirro De Rosa, che nel suo testamento rogato presso il notaio Bernardino da Monica ordinò al figlio Prospero di costruirla e di mantenerla per celebrare le messe. Già nel 1543 la cappella era finita e dedicata a Santa Maria de Roesis. La famiglia De Rosa possedeva una terra a Martigliano (oggi Marzito) che serviva a mantenere la cappella e a pagare il prete che vi celebrava. Era una proprietà consistente, di ben sedici moggia di terreno, che garantiva un reddito regolare per le spese della cappella.

Una cappella di famiglia

La cappella dei De Rosa era una “cappella di famiglia”, come se ne costruivano molte nei secoli passati. Significava che i nobili della famiglia avevano il diritto di nominare il sacerdote che vi celebrava la messa, il quale doveva essere un parente. Questo sacerdote prendeva il titolo di “Abate” e godeva di buoni introiti dalla proprietà della cappella.

Perché si chiamavano Abati?

Il titolo di “Abate” potrebbe confondere chi non conosce la storia della Chiesa. Un vero Abate era il capo di un monastero (un’abbazia) e aveva responsabilità su molti monaci. Ma nel caso della cappella dei De Rosa, il termine “Abate” era usato in modo diverso: era semplicemente il titolo onorifico dato al sacerdote che gestiva il beneficio, cioè la proprietà e i redditi della cappella.

In realtà, il De Rosa che veniva nominato Abate non amministrava un monastero, ma una cappella piccola. Però il titolo di “Abate” era molto prestigioso e nobile: indicava una persona di dignità ecclesiastica, quasi un mini-signore religioso con diritti e proprietà. Era un modo per dare importanza e rispetto al sacerdote della famiglia, e soprattutto garantiva che la posizione rimanesse sempre in mano ai De Rosa.

Il beneficio (cioè il diritto di percepire i redditi della cappella e delle sue terre) veniva trasmesso da padre a figlio come un’eredità. Così un giovane De Rosa che diventava sacerdote poteva contare su un reddito stabile garantito dalle proprietà della cappella, cosa molto importante in un’epoca in cui il denaro era scarso. Era un sistema che conveniva sia alla famiglia (che conservava il controllo di una proprietà importante) che alla Chiesa (che aveva un sacerdote dedicato a quella cappella).

L’aspetto della cappella

La cappella è un edificio modesto, ma costruito con dignità. Sorge difronte all’ingressodel cinquecentesco palazzo De Rosa, nella zona della frazione Annunziata (La Serra) in una zona che nel Cinquecento era meno popolata di oggi. All’interno conserva un dipinto antico con lo stemma della famiglia De Rosa e il ritratto di D. Marcantonio De Rosa. L’altare era dedicato a Santa Maria, con un antico pallottino di legno, come era usanza nei secoli passati. Anche se oggi passa inosservata, la cappella resta una testimonianza dell’architettura religiosa cavese del Rinascimento.

Gli Abati della famiglia

Dal 1543 al 1908 ben dodici membri della famiglia De Rosa furono Abati della cappella. Alcuni di loro divennero personaggi molto importanti nella diocesi di Cava e oltre.

D. Giulio De Rosa fu eletto Abate il 29 giugno 1585 con Bolla del Vescovo Cesare Allemagna. Morì a Napoli nel 1617. D. Silvestro De Rosa, dottore in diritto civile e canonico, fu Abate dal 1654 al 1659. Successivamente fu trasferito come Vescovo di San Angelo dei Lombardi e Bisaccia, e infine di Policastro. Scrisse opere giuridiche molto apprezzate nel suo tempo.

D. Marcantonio De Rosa, uno dei più illustri, fu eletto Abate nel 1693 e divenne canonico della Cattedrale di Cava. Nella cappella si conserva ancora un suo ritratto con lo stemma del Vescovo, ricordo del suo rilievo nelle istituzioni religiose cavesi. Suo fratello, D. Giuseppe De Rosa, continuò la tradizione nel Settecento e nel 1708 versò contributi significativi per l’arricchimento della cappella.

Nel corso del Settecento e dell’Ottocento gli Abati successivi mantennero gelosamente le proprietà della cappella, tramandando da padre a figlio questo incarico di prestigio che garantiva onore e reddito alla famiglia.

Ancora oggi

Nel 1931 il Vescovo di Cava Paladino effettuò una ricognizione amministrativa di tutte le strutture ecclesiastiche minori della diocesi. In questa occasione la cappella dei De Rosa ricevette un riconoscimento ufficiale da parte della Sacra Congregazione Concilii (il tribunale della Curia romana che vigilava sui benefici ecclesiastici), con un decreto papale datato 22 dicembre 1931. Questo documento testimonia che anche nel Novecento, quasi quattrocento anni dopo la fondazione, la cappella era ancora considerata un beneficio ecclesiastico regolare e valido.

La cappella dei De Rosa rimane un piccolo tesoro nascosto della nostra città. Pochi passanti di via Serra Annunziata sanno che dietro quelle mura modeste ci sono quasi cinque secoli di storia cavese, una storia di fede, di famiglia e di devozione. È un monumento silenzioso alla memoria della Cava de’ Tirreni del passato, conservato grazie alla dedizione della famiglia De Rosa.

Tratto da:Apicella, Domenico , Il Castello. Memorie storiche di Cava de’ Tirreni , Salerno, 1931. Fonte principale per la storia della cappella e della famiglia De Rosa. Archivio Notorile di Stato di Salerno , Atti notarili di Bernardino da Monica (1539) e Bernardino Iovene (1543-44), documenti originali relativi alla fondazione della cappella. Archivio della Diocesi di Cava de’ Tirreni , Registri dei benefici ecclesiastici e decreti della Sacra Congregazione Concilii (1931). Liber Censuum e Catalogus Possessionum della Badia di Cava , documenti medievali e moderni conservati nell’archivio dell’Abbazia di Cava dei Tirreni.

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