Suor Orsola Benincasa e la Peste del 1656

3 Giu,2026 | La Religiosità

Il 1656 è uno di quegli anni che Cava non dimenticò per generazioni. Una pestilenza terribile, arrivata via mare, si abbatté sull’intero Regno di Napoli mietendo centinaia di migliaia di vittime. La nostra città, per la sua vicinanza con Napoli, fu tra le più colpite: i morti si contarono a diverse migliaia, decimando borghi e frazioni della Valle Metelliana.

Per capire quella tragedia nella sua interezza, bisogna partire dal principio — e da una figura che, pur avendo vissuto quasi un secolo prima, si ritrova intrecciata con le sorti di Cava proprio in quegli anni drammatici: Suor Orsola Benincasa, monaca di Cetara, fondatrice di un monastero napoletano che divenne, paradossalmente, uno dei luoghi più pericolosi della capitale durante l’epidemia.

Chi era Suor Orsola Benincasa

Orsola Benincasa era originaria di Cetara, il piccolo borgo pescherino della costiera non lontano da noi. Nata nella prima metà del Cinquecento, si distinse fin da giovane per una profonda vita spirituale. Nel 1555 fondò a Napoli l’Istituto della Concezione, nato nel solco dell’Ordine delle Suore Orsoline — che da lei presero il nome — dedicandosi interamente all’educazione e alla preghiera. Morì a sessantré anni, come lei stessa aveva previsto.

«La fabbrica sarebbe stata terminata tra le maggiori calamità della città» — così Suor Orsola aveva profetizzato prima di morire. E così, esattamente, accadde.

Il morbo arriva: Napoli in ginocchio

Nel 1656 viceré di Napoli era il conte di Castrillo, Don Garzia d’Avellana e Haro. Soldati spagnoli, giunti su navi sarde, introdussero in città un morbo fulminante. Da marzo ad agosto non vi fu strada che non fosse piena di morti e moribondi: secondo le cronache del tempo morì la massima parte degli abitanti, circa quattrocentomila persone.

Il contagio si diffuse anche per un motivo preciso e, a pensarci, straziante: la gente accorse in massa attorno al monastero di Suor Orsola, cercando protezione spirituale. Ma quell’assembramento di disperati accelerò la catastrofe. L’abate Galanti scrive con chiarezza che tale «siffatto concorso cominciò alla metà di giugno, accrebbe senza fine le calamità pubbliche, poiché estese la pestilenza a tutti i quartieri della città, la quale nel corso della stagione venne sterminata». Fu necessario sospendere ogni attività. I lavori di completamento del monastero, già in corso, vennero bloccati, e ripresero solo nel 1667 , a spese del Governo.

Cava colpita: la risposta della comunità

Per Cava de’ Tirreni la situazione era drammatica. La nostra città, posta lungo le vie di comunicazione con Napoli, non poteva restare immune: i morti si contarono a diverse migliaia. Le frazioni della Valle Metelliana — il Borgo, i casali sparsi sulle colline — furono tutte investite dal flagello.

Di fronte all’impotenza della medicina del tempo, i Cavesi fecero ciò che le comunità meridionali hanno sempre fatto nei momenti di crisi più profonda: si rivolsero alla fede. Si pregò San Rocco , il patrono per eccellenza degli appestati. Si invocò Santa Felicità . Si chiese l’intercessione della Madonna dell’Olmo , la patrona più amata della città. I fedeli sfilarono in affollate processioni per le vie del Borgo e delle frazioni, al tremulo lume dei ceri, implorando la fine del contagio.

Ma né San Rocco, né Santa Felicità, né la Madonna dell’Olmo riuscirono a fermare la morte. La pestilenza continuava. Fu allora che i Cavesi decisero di ricorrere a un gesto più radicale: una processione con il SS.Sacramento. E — stando alla cronaca — solo allora la situazione parve finalmente mutare,

Una storia che appartiene a Cava

Suor Orsola Benincasa, pur essendo nata a Cetara e avendo operato principalmente a Napoli, è una figura che appartiene per radici al nostro territorio costiero. La sua storia si intreccia con quella di Cava nel momento più buio del Seicento: la profezia avveratasi, il monastero interrotto dalla peste, la comunità napoletana che accorse in massa e ne accelerò la diffusione — sono tutti tasselli di una vicenda che dice molto su come le persone del XVII secolo interpretavano la malattia e cercavano conforto.

A Cava,a suo nome non risulta traccia. Eppure la sua storia merita di essere conosciuta, non perché ci riguardi direttamente ma perché è parte di quel tessuto di figure, eventi e tradizioni della costiera e della Valle Metelliana che tuttosucava.it ha sempre cercato di raccontare: una storia minore, locale, lontana dai grandi libri — eppure viva, e nostra.

Fonti e riferimenti

Tommaso Avagliano, articolo pubblicato su La Sagra di Monte cASTELLO GIUGNO 1972, Stampa Tip. MITILIA – CAVA

error: Il Contenuto è protetto!!