Nel 1789 l’erudito Giuseppe Maria Galanti non aveva dubbi: «difficilmente si trova un’altra città nelle nostre province che possa stare al paragone della Cava». Per capire quanto fosse vera quella frase bisogna entrare in uno dei luoghi più sorprendenti della nostra storia: l’Ospedale di Santa Maria dell’Olmo. Per oltre due secoli ha curato malati, accolto pellegrini e custodito una farmacia che non aveva nulla da invidiare alle grandi città del Regno. Ed è proprio nei dettagli, tra vasi, ricette e attrezzi da cucina, che si nasconde il suo fascino più grande.
Una leggenda tra gli alberi
Come spesso accade per le grandi istituzioni antiche, anche l’origine dell’Olmo si muove tra storia e leggenda. La tradizione racconta che un’icona della Vergine apparve tra i rami di un olmo, in una zona allora selvaggia, descritta dalle cronache come coperta di «mille folte e spesse boscaglie» e frequentata da «ladri e assassini». Il luogo, presso la cappella di Santa Maria della Pietà, era un rifugio per pastori e viandanti. Attorno alla devozione crebbe un primo nucleo di assistenza, gestito dalla confraternita laica, e nel 1482 venne posata la prima pietra della nuova chiesa, alla presenza di San Francesco di Paola, di passaggio verso la Francia.
La vera svolta arrivò con il 1595, quando l’ospedale si trasferì nella struttura che avrebbe segnato la sua storia. Il progetto era stato preparato con cura: già nel 1560 il consiglio cittadino aveva deciso di occuparsene, nominando dei maestri per dirigere i lavori e raccogliere il necessario.
La Madonna sui vasi e i fusilli che non si mangiano
Chi legge l’inventario della spezieria ospedaliera di fine Settecento trova un termine che fa sorridere: «fusilli», in numero di centottantadue, e trentanove «mezzi fusilli». Nessuna pasta, però. Nel gergo dell’epoca il termine indicava piccoli albarelli, i vasetti in ceramica in cui si conservavano unguenti, sciroppi e polveri, e chi oggi cerca tracce della storia nei termini antichi deve fare attenzione a questi falsi amici. E non erano vasi qualunque: tutti recavano l’immagine della Beata Vergine dell’Olmo. Ogni medicina, insomma, usciva dalla farmacia sotto la protezione della Madonna cittadina.
La macchina per i maccheroni
La pasta, quella vera, entrò nella storia dell’ospedale nel 1662. In quell’anno la cucina dell’Olmo fu rinnovata con un investimento notevole: il maestro Andrea Landi fu inviato a Napoli per acquistare un «ingegno da far maccheroni», una macchina in bronzo con le sue trafile, insieme ad altri attrezzi pensati per la cucina dell’ospedale. Il viaggio, le formalità e il soggiorno nella capitale resero l’operazione tutt’altro che semplice. Per i confratelli era però un investimento sulla qualità: nell’Olmo anche il cibo faceva parte della cura, e una struttura nata per curare i malati arrivò a dotarsi di una macchina per fare i maccheroni in bronzo.
Un ospedale che curava anche l’anima
Nel Seicento e nel Settecento l’Olmo era anche un luogo di conforto spirituale. Nel 1764, durante una grave epidemia, il vescovo fece arrivare sacerdoti che restavano accanto ai malati giorno e notte. Le funzioni delle Quarantore si celebravano nella chiesa dell’ospedale, e l’organo veniva accordato con cura, fino a pagare un organista. Per i padri Minimi, presenti dal 1582, assistere i morenti era un dovere quotidiano: confessarli, portare loro il viatico e seppellirli nella chiesa del convento. Ancora nel 1721 i registri degli infermi annotano, per ogni paziente deceduto, che «il suo cadavere è stato sepellito nella nostra chiesa». Anche il ricordo dei benefattori aveva il suo spazio: la realizzazione di un ritratto del defunto da esporre in ospedale era un modo per lasciare ai posteri la memoria di chi aveva fatto del bene.
Il barbiere, il medico e il calzolaio generoso
Chi lavorava in questo ospedale? Accanto al rettore c’erano il medico fisico, il chirurgo, il barbiere-salassatore e il personale infermieristico, indicato con la formula generica di «servi dell’ospedale». E tra i benefattori troviamo persone di ogni ceto: accanto ai nobili e ai magnifici figura anche un medico e perfino uno «scarpetaro», un calzolaio, che volle contribuire alla fabbrica della nuova struttura. La solidarietà, a Cava, non era un privilegio dei soli ricchi.
Una farmacia con le ricette su misura
La spezieria dell’ospedale era una piccola fabbrica di medicamenti. Nel 1663 si contano oltre trecento preparazioni, a fronte di appena ventidue pazienti registrati. Il motivo è semplice: i farmaci non servivano solo ai ricoverati, ma anche a persone esterne. Accanto alle ricette si leggono annotazioni del tipo: «per la femina», «per lo monaco di San Liberatore», «per lo cocchiero», «per la creata di monsignore». La farmacia dell’Olmo serviva dunque tutta la città, non solo i ricoverati, e per lo speziale ogni nome era un cliente, ogni malattia una storia.
Dalla china china alla ipecacuana
I farmaci dell’Olmo raccontano anche l’arrivo in Europa delle piante americane. Nel 1687 il farmacista Marco Benincasa preparava già la china china, la corteccia della Cinchona portata in Europa dai gesuiti, che si rivelò un potente antifebbrile: un pezzo di Perù nella spezieria di un ospedale cavese, già nel Seicento. Nel Settecento arrivarono la gialappa, il balsamo peruviano, la salsapariglia e infine, nel 1750, l’ipecacuana, la radice americana che divenne uno dei preparati esotici più diffusi del secolo. Ancora oggi è affascinante pensare che a Cava si mescolassero ingredienti venuti dall’altro capo del mondo.
Il giardino dei semplici
Accanto alla spezieria c’era un giardino, affidato alle cure dello speziale. Vi crescevano le erbe medicinali più comuni, come la borragine, le viole, le rose rosse e la malva, usate per preparare sciroppi e conserve. Il giardino serviva anche a produrre cibo per i ricoverati, e godeva di tanta considerazione che nei contratti di affitto lo speziale era obbligato a curarlo e a migliorarlo. Era, in sostanza, un piccolo orto botanico ante litteram.
Farmacisti di padre in figlio
La spezieria non era un affare occasionale. Si sono succedute vere e proprie dinastie di speziali: prima i Franco, poi i Benincasa, infine i Salsano, che per tutto il Settecento e fino alla prima metà dell’Ottocento tennero in mano la farmacia, passando il mestiere dal padre al figlio. Per quasi due secoli la farmacia dell’Olmo fu gestita da poche famiglie che si tramandavano il mestiere come una bottega d’arte, una tradizione che somiglia a quella di molte famiglie artigiane cavesi.
Il tifo del 1764 e la battaglia contro il contagio
Nel 1764 l’epidemia di tifo, favorita dalla carestia, colpì il Regno e arrivò fino a Cava. La reazione dell’ospedale fu sorprendente per l’epoca: le stanze furono imbiancate con la calce, i pavimenti trattati, lo zolfo bruciato per eliminare il cattivo odore, che allora era considerato uno dei segni più evidenti della malattia. I pagliericci dei malati furono bruciati all’esterno dell’edificio, mentre le coperte di lana e la lana dei materassi furono lavate per disinfettarle. Non sappiamo quanto servì, ma è il segno di una medicina che cercava di rispondere al disastro con metodo, già nel Settecento.
Il giardino che diventò Orto Botanico
Ricordiamo infine che il patrimonio immobiliare dell’ospedale cavese comprendeva un vasto territorio agricolo con vigneti, frutteti e una masseria anche nella zona di Sant’Antonio Abate, le cosiddette «padule», lasciato da una famiglia napoletana, i Galisio. Quella proprietà fu in parte aggregata al neonato Orto Botanico di Napoli nel 1812. Un lascito cavese finì così per contribuire alla nascita di uno dei giardini scientifici più importanti della capitale: un legame inatteso tra la provincia e Napoli.
Fonte: Francesco Villani, «L’Ospedale di Santa Maria dell’Olmo e la città di Cava (secoli XVI-XVIII)», in Mediterranea – ricerche storiche, Anno XXI, n. 61, agosto 2024, pp. 299-326. Le citazioni d’archivio provengono dal fondo del Comitato Cittadino di Carità, custodito presso la Biblioteca Comunale «Canonico Aniello Avallone» di Cava de’ Tirreni.