Chi visita la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale Badia di Cava resta quasi sempre colpito dagli stessi nomi: la Bibbia visigotica del IX secolo, il Codex legum Langobardorum, le Etymologiae di Isidoro di Siviglia. Codici che raccontano, in un modo o nell’altro, la nostra storia, quella della Valle Metelliana, dei monaci benedettini, del Mezzogiorno medievale. Ma tra le decine di manoscritti che riempiono gli scaffali dell’archivio ce n’è uno che non parla di noi: parla di Roma, e di una chiesa che oggi non esiste più.
È un testo databile tra il 1551 e il 1600, attribuito a Tiberio Alfarano, dedicato alla Basilica di San Pietro in Vaticano — non quella che milioni di pellegrini visitano ogni anno, ma quella che la precedette: l’antica basilica costantiniana, demolita pezzo dopo pezzo nel corso del Cinquecento per fare posto al progetto che avrebbe dato forma alla San Pietro moderna.
Un chierico contro la demolizione
Tiberio Alfarano nacque a Gerace, in Calabria, nel 1525, e arrivò a Roma poco più che ventenne, intorno al 1544. Vi rimase per il resto della vita, entrando nel 1567 tra i chierici beneficiati della Basilica di San Pietro. Fu lì, sotto la guida del canonico Giacomo Ercolano — che ricordava a memoria ogni angolo della chiesa antica, prima che Giulio II ne avviasse l’abbattimento — che Alfarano cominciò a raccogliere ciò che restava della vecchia basilica: altari, sepolcri, iscrizioni, reliquie, ognuno con la propria storia e la propria collocazione, spesso già spostata più volte per fare spazio al cantiere.
Non era un architetto, né un antiquario di professione. Era un uomo che aveva visto sparire, pezzo dopo pezzo, l’edificio in cui aveva vissuto quarant’anni, e che si oppose apertamente all’ultima fase della demolizione — quella che avrebbe fatto spazio al progetto di Michelangelo. Da questa urgenza nacque il suo lavoro più importante: una pianta dell’antica basilica, aggiornata più volte tra il 1571 e il 1582, e infine incisa su rame da Natale Bonifacio e data alle stampe nel 1590. Ad accompagnarla, un testo esteso in latino, il De Basilicae Vaticanae antiquissima et nova structura — pubblicato però solo nel 1914, oltre tre secoli dopo essere stato scritto.
Un catalogo pensato per essere consultato
È qui che il manoscritto conservato a Cava trova il suo posto. Il metodo di Alfarano, fin dalle prime redazioni, non era quello del racconto continuo, ma quello dell’inventario ragionato: ogni altare, ogni sepolcro, ogni oggetto venerabile della basilica antica veniva numerato secondo la propria posizione nella pianta, e insieme raccolto in un indice pensato per la consultazione rapida. Il manoscritto cavense segue esattamente questo impianto: un catalogo degli elementi più celebri della basilica, ordinato in modo da poter essere ritrovato sia sfogliando l’alfabeto, sia seguendo la sequenza numerica della pianta. Non un testo destinato alla lettura da cima a fondo, insomma, ma uno strumento di lavoro — pensato per chi avesse bisogno di orientarsi rapidamente tra le memorie di un edificio che stava scomparendo sotto i suoi occhi.

Come un pezzo di San Pietro è arrivato nella valle Metelliana?
Non sappiamo, allo stato attuale delle ricerche, per quale strada esatta questo manoscritto abbia raggiunto la Badia. Ma la sua presenza a Cava non è l’anomalia isolata che sembra a prima vista. L’opera di Alfarano, rimasta inedita per oltre tre secoli, circolò a lungo solo in copie manoscritte tra pochi eruditi e istituzioni religiose: se ne conservano ancora oggi presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, la Vallicelliana di Roma, la Biblioteca Civica di Catania, l’Universitaria di Genova e quella di Bologna. Il codice cavense si inserisce in questa stessa costellazione di copie sparse — la testimonianza di quanto, tra Cinque e Seicento, il lavoro di un chierico romano fosse ricercato ben oltre le mura del Capitolo di San Pietro.
Resta da capire chi, e quando, abbia portato queste pagine dentro le mura della Badia: se un abate collezionista, un monaco di passaggio, o semplicemente l’acquisto di un volume tra tanti in un mercato antiquario ormai illeggibile. È una domanda che lasciamo aperta, come tante altre che dormono tra gli scaffali della nostra biblioteca. Ma intanto resta il fatto, quasi sorprendente: da queste parti, tra i codici longobardi e la Bibbia visigotica, si conserva anche la memoria di una Roma che non esiste più,vista con gli occhi di un chierico che aveva più a cuore salvare i nomi dei morti che la propria fama.
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Fonti e riferimenti
- T. Alfarano, De Basilicae Vaticanae antiquissima et nova structura, a cura di M. Cerrati, Città del Vaticano 1914
- B. Hermanin de Reichenfeld, Tiberio Alfarano e la Basilica Vaticana, tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre
- Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani
- Portale della Biblioteca Statale del Monumento Nazionale Badia di Cava