Nel ricco patrimonio linguistico e folkloristico di Cava de’ Tirreni, poche espressioni riescono a condensare come «Mammuocciole ‘e Casavella» un intreccio così vivace di storia locale, ironia popolare ed eredità latina. Si tratta di un modo di dire esclusivamente e autenticamente cavese, il cui utilizzo spazia dal registro affettuoso e scherzoso fino a quello marcatamente dispregiativo, a seconda del contesto e del tono con cui viene pronunciato.
Un’espressione dai due volti
La locuzione viene impiegata in due situazioni diametralmente opposte, eppure entrambe quotidiane nella vita sociale della città. Da un lato, tra amici che si canzonano bonariamente, non è raro sentire qualcuno apostrofare l’altro con un affettuoso: «Mammuocciole ‘e Casavella, che faje?» — quasi un vezzeggiativo colorito che cementa la complicità tra persone che si conoscono bene. Dall’altro, nelle animose dispute tra litiganti, l’espressione assume tutt’altro peso:
«Me pare proprio ‘nu mammuocciole ‘e Casavella!»
In questo secondo caso il tono si fa pungente, e la frase si trasforma in un’accusa — più o meno seria — di goffaggine, inutilità o vacuità. È la stessa parola, eppure cambia completamente di significato a seconda di chi la dice, a chi la dice e come la dice: un’ambivalenza tutta mediterranea, tutta cavese.
L’etimologia: dal latino «mammus» al dialetto cavese
La parola «mammuocciole» (nella variante italiana «mammuocciolo») affonda le radici nel latino classico. Deriva dal termine mammus, con cui nell’antichità si indicava il fantoccio o la bambola utilizzata per far giocare i bambini — un oggetto inanimato, senza volontà propria, mosso da forze esterne. Da questa immagine nasce il significato figurato che la parola ha assunto nel dialetto locale: pupazzo, persona inconsistente, priva di carattere, che si lascia manovrare dagli altri come un burattino. L’evoluzione è perfettamente logica: la bambola di creta o di stracci dei bambini romani è diventata, nella viva tradizione orale cavese, la metafora dell’uomo privo di spina dorsale o — in chiave più leggera — dello sprovveduto di turno.
«’e Casavella»: l’origine topografica del complemento
Ma perché proprio ‘e Casavella? Qual è il legame tra il pupazzo e questo misterioso nome di luogo? Le ricerche storiche condotte sul patrimonio toponomastico di Cava hanno riportato alla luce una storia affascinante, sepolta sotto secoli di trasformazioni urbane.
Il secondo palazzo a sinistra percorrendo Via Eduardo De Filippis, entrando dalla Salita dei Cappuccini, apparteneva in epoche passate alla famiglia Avella. La famiglia diede il proprio nome all’intero isolato compreso tra la Salita dei Cappuccini e la Chiesa di San Nicola, tratto che per generazioni fu conosciuto dagli abitanti della città come «Casavella» — ovvero, nella fusione dialettale, «Casa (d’)Avella».
📍 Il luogo nella topografia cavese Il palazzo della famiglia Avella si trovava su Via Eduardo De Filippis, nel tratto compreso tra la Salita dei Cappuccini e San Nicola. L’intera zona circostante era denominata popolarmente «Casavella», dal cognome della famiglia proprietaria.
Le statue: i «mammuoccioli» di pietra che diedero nome all’espressione
L’elemento che ha fatto la storia — e che spiega la locuzione — si trovava al primo piano del palazzo: una terrazza affacciata sulla strada, recintata da una ringhiera in ferro e impreziosita da quattro pilastri. Su ciascuno di questi pilastri poggiava una statua a mezzo busto, probabilmente di carattere decorativo e dall’aspetto solenne ma immobile, silenzioso, distaccato dalla vita che scorreva sotto di esse.
Fu proprio la gente del quartiere a ribattezzare scherzosamente quelle figure di pietra con il nome di «mammuoccioli»: fantocci di marmo, pupazzi aristocratici che guardavano dall’alto la strada senza capire nulla, senza muoversi, senza parlare. Le statue divennero così popolari nell’immaginario collettivo cavese da entrare stabilmente nel lessico quotidiano, forgiando l’espressione che ancora oggi sopravvive nella memoria e nel parlato della città.
Una storia che finisce… a Nocera
Il tempo, come spesso accade, non è stato generoso né con la terrazza né con i suoi celebri inquilini di pietra. La terrazza del palazzo fu successivamente tramutata in stanza, inglobata nella struttura per ampliarne la superficie abitativa, e con essa scomparvero le ringhiere, i pilastri e la scenografia che aveva dato vita alla leggenda urbana.
Quanto alle statue, la tradizione orale — raccolta e tramandata da chi ha custodito la memoria storica del quartiere — vuole che i quattro «mammuoccioli» abbiano preso la strada di Nocera Inferiore, dove si troverebbero tuttora a ornare i giardini di una villa privata. Un esilio silenzioso, degno di veri pupazzi: trasferiti senza poter dire una parola.
Un patrimonio linguistico ancora vivo
Oggi, nell’era della comunicazione digitale e della globalizzazione culturale, espressioni come «Mammuocciole ‘e Casavella» rischiano di scomparire insieme alla generazione che le ha vissute e tramandate. Eppure esse rappresentano qualcosa di prezioso e irripetibile: la prova che ogni città ha una lingua dentro la lingua, un codice segreto fatto di storia, luoghi, personaggi e ironia che nessun vocabolario ufficiale può restituire del tutto.
Ricordare queste espressioni — capirne le radici, raccontarne le storie — è un atto di identità collettiva. E forse, la prossima volta che qualcuno a Cava vi chiamerà «mammuocciole», saprete esattamente di quale palazzo, di quale famiglia e di quali statue state portando il nome!