Nella Badia la memoria di una basilica che non c’è più

19 Ott,2026 | La Religiosità

Nella sala di lettura della Biblioteca Statale del Monumento Nazionale Badia di Cava, tra gli scaffali che custodiscono la Bibbia visigotica del IX secolo e il Codex legum Langobardorum, ci si aspetta di trovare la nostra storia: quella della Valle Metelliana, dei monaci benedettini, di un’abbazia fondata nel 1011 diventata nei secoli uno degli archivi più importanti del Mezzogiorno. Ed è così, per la gran parte dei codici che riempiono le sale. Ma tra le carte accumulate in nove secoli di vita della Badia, ce n’è una che non parla di noi: parla di Roma, e di una basilica che oggi non esiste più.

È un manoscritto databile tra il 1551 e il 1600, attribuito a Tiberio Alfarano, dedicato alla Basilica di San Pietro in Vaticano ,ma non quella che milioni di pellegrini visitano ogni anno, ma quella che la precedette: l’antica basilica costantiniana, demolita pezzo dopo pezzo nel corso del Cinquecento per fare posto al progetto che avrebbe dato forma alla San Pietro moderna.

Un chierico contro la demolizione

Alfarano nacque a Gerace, in Calabria, nel 1525, e arrivò a Roma poco più che ventenne, intorno al 1544. Vi rimase per il resto della vita, entrando nel 1567 tra i chierici beneficiati della Basilica di San Pietro. Fu lì, sotto la guida del canonico Giacomo Ercolano , che ricordava a memoria ogni angolo della chiesa antica, prima che Giulio II ne avviasse l’abbattimento , che cominciò a raccogliere ciò che restava della vecchia basilica: altari, sepolcri, iscrizioni, reliquie, ognuno con la propria storia e la propria collocazione, spesso già spostata più volte per fare spazio al cantiere.

Non era un architetto, né un antiquario di professione. Era un uomo che aveva visto sparire, pezzo dopo pezzo, l’edificio in cui aveva vissuto quarant’anni, e che si oppose apertamente all’ultima fase della demolizione — quella che avrebbe fatto spazio al progetto di Michelangelo. Da questa urgenza nacque il suo lavoro più importante: una pianta dell’antica basilica, aggiornata più volte tra il 1571 e il 1582, incisa infine su rame da Natale Bonifacio e data alle stampe nel 1590. Ad accompagnarla, un testo esteso in latino, il De Basilicae Vaticanae antiquissima et nova structura — pubblicato però solo nel 1914, oltre tre secoli dopo essere stato scritto.

Un catalogo pensato per essere consultato

È qui che il manoscritto conservato a Cava trova il suo posto. Il metodo di Alfarano non era quello del racconto continuo, ma dell’inventario ragionato: ogni altare, ogni sepolcro, ogni oggetto venerabile della basilica antica veniva numerato secondo la propria posizione nella pianta, e insieme raccolto in un indice pensato per la consultazione rapida. Il manoscritto cavense segue esattamente questo impianto: un catalogo degli elementi più celebri della basilica, ordinato in modo da poter essere ritrovato sia sfogliando l’alfabeto, sia seguendo la sequenza numerica della pianta. Non un testo da leggere da cima a fondo, dunque, ma uno strumento di lavoro, pensato per chi avesse bisogno di orientarsi rapidamente tra le memorie di un edificio che stava scomparendo sotto i suoi occhi.

Una biblioteca abituata a raccogliere da lontano

Che un testo romano sia finito tra le nostre carte, a pensarci bene, non dovrebbe stupire più di tanto. La biblioteca della Badia non è mai stata un semplice deposito locale: fin dal Quattrocento i monaci di San Giustina compravano libri a Venezia apposta per arricchire la nostra collezione — lo si legge ancora oggi nelle annotazioni di acquisto su diversi incunaboli custoditi qui. E fu proprio un nostro abate, Vittorino Manso, a capire per primo il valore di quel patrimonio: nel 1595 — un solo anno prima della morte di Alfarano, a Roma — ottenne da papa Clemente VIII una bolla che vietava, sotto pena di scomunica, di portare via libri dalla biblioteca. Segno che Cava, già a quel tempo, era un luogo dove i manoscritti arrivavano, e da cui non dovevano più andarsene.

Non sappiamo per quale strada esatta le pagine di Alfarano abbiano raggiunto la Badia, né chi le abbia portate: un abate collezionista, un monaco di passaggio, l’acquisto di un volume tra tanti in un mercato antiquario ormai illeggibile. Parte della risposta, forse, si è persa per sempre nella notte di Natale del 1796, quando una frana di terra e pietrame scese dal soprastante Corpo di Cava e invase la biblioteca, rovinandola quasi del tutto: furono perduti allora molti libri, e con essi, probabilmente, anche i documenti che ne raccontavano la provenienza.

Resta il fatto, quasi sorprendente, che a Cava, tra i codici longobardi e la Bibbia visigotica, si conservi anche la memoria di una Roma che non esiste più, vista con gli occhi di un chierico che aveva più a cuore salvare i nomi dei morti che la propria fama. È una storia minore rispetto a quelle che di solito raccontiamo, lontana dalla Valle Metelliana per chilometri e per argomento — eppure custodita qui, tra le nostre mura, da secoli. Ed è forse questo il senso di un archivio come il nostro: non solo raccogliere la memoria di casa propria, ma diventare, senza volerlo, il rifugio di quella di qualcun altro.

Su fonti di T. Alfarano, De Basilicae Vaticanae antiquissima et nova structura, a cura di M. Cerrati, Città del Vaticano 1914 B. Hermanin de Reichenfeld, Tiberio Alfarano e la Basilica Vaticana, tesi di dottorato, Università degli Studi Roma Tre

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