Quante volte, parlando di affari che vanno a rilento o di tasche decisamente troppo leggere, abbiamo visto qualcuno alzare le mani o far ruotare pollice e indice esclamando: “Passa ‘a vacca!”?
È un’espressione che fa parte del nostro DNA comunicativo, un modo colorito e immediato per dire che c’è crisi, che non gira un soldo o che la giornata non promette nulla di buono dal punto di vista economico. Ma vi siete mai chiesti cosa c’entri la mucca con i nostri problemi di portafoglio?
Beh, preparatevi a una sorpresa: nella frase originaria la vacca non c’è mai stata!
Un “falso amico” nato dal latino
La verità dietro questo modo di dire è molto più “nobile” e antica di quanto si possa pensare. La frase, infatti, non è altro che una corruzione dialettale dell’espressione latina «Passat vacua», che letteralmente significa «Passa vuota».
Dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, quando per entrare nelle città bisognava passare attraverso delle porte presidiate dai gabellieri. Questi funzionari avevano il compito di riscuotere le gabelle (le tasse) sulle merci che entravano in città.
Il grido del gabelliere
Immaginate la scena: una carretta si avvicina alla porta. Il gabelliere controlla il carico e, se vede che il carro non trasporta nulla di tassabile, urla a gran voce al suo compagno che sta nel casotto a registrare i movimenti: «Passat vacua!».
Quel grido significava: “Passa vuota, non c’è niente da pagare, non entra un soldo nelle casse della gabella!”.
Dalla dogana alla lingua di tutti i giorni
Con il passare dei secoli, il popolo ha adottato questa frase per indicare i periodi di magra. Passando dal latino al dialetto, la parola “vacua” (vuota) si è trasformata quasi naturalmente in “vacca”.
Così, quella che in origine era una constatazione doganale — ovvero che non stava entrando nulla nella borsa delle tasse — è diventata la pittoresca immagine di una mucca che passa, lasciandoci però con un pugno di mosche in mano.
La prossima volta che userete questa espressione, magari con il tipico gesto delle mani, ricordatevi che state citando, a modo vostro, un’antica pratica dei tempi in cui il latino risuonava ancora tra le mura delle nostre città!
Fonte: Il Castello di D.Apicella, 1983.
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