C’è una data che a Cava torna due volte nella memoria cittadina, e non per caso. Il 10 luglio si festeggia Santa Felicita, il cui busto reliquiario è stato portato in processione per le nostre strade ogni volta che la comunità cavese ha sentito il bisogno di rivolgersi al cielo. Non un rito isolato, ma un gesto ripetuto nei momenti più duri della nostra storia, quando la fede era l’unico argine possibile contro calamità più grandi di noi.
Due di queste processioni meritano di essere ricordate. La prima è del 1631, durante la terribile eruzione del Vesuvio che sconvolse tutta la Campania: di quel giorno resta un documento prezioso, conservato nei protocolli del notaio Girolamo Pisano. La seconda è del 1656, quando l’Università de La Cava — così si chiamava allora la nostra amministrazione cittadina — fu colpita dalla peste. Anche di questa vicenda lo stesso notaio Pisano lasciò testimonianza scritta.
Cava sceglie i suoi mecenati
Fu proprio a ridosso di questi eventi che la città definì il proprio quadro di protettori celesti. Il 12 gennaio 1632, a ricordo dello scampato pericolo dell’eruzione, l’Università elesse a patroni Santa Felicita, Sant’Alferio e altri santi le cui reliquie erano custodite nell’Abbazia di Cava. Nello stesso parlamento cittadino si aggiunsero alla lista Sant’Adiutore, San Francesco d’Assisi, San Francesco da Paola, Sant’Antonio da Padova, San Sebastiano, San Rocco, San Liberatore, San Martino e San Biagio. La notizia si trova nell’Archivio Storico Comunale Cavese, tra le Deliberazioni della classe II, sezione II, al numero 634 (ff. 13v-15v); altri nomi di santi compaiono in delibere precedenti e successive, oltre che in diversi atti notarili.
Nello stesso fondo archivistico, a poco più di un anno di distanza, c’è un’altra decisione che vale la pena raccontare. Con delibera del 5 marzo 1633 (f. 33r), l’Università stabilì di chiedere a Roma il riconoscimento ufficiale di questa scelta: la richiesta riguardava in particolare la designazione, come patroni, difensori e avvocati della città, della «gloriosa S.ta Felicita martire et madre di sette figli» e di Sant’Alferio, fondatore del Monastero della Santissima Trinità. Pochi giorni dopo, l’8 marzo, un atto ufficiale veniva rogato dal notaio Costa e si conserva ancora oggi nell’Abbazia Benedettina cavense, in Arca CVII, 118.
Il privilegio della regina Giovanna II
Il 10 luglio, però, per Cava ha un secondo significato, altrettanto importante. Esattamente in questa data, ma nel 1432, la regina Giovanna II riconfermava i privilegi alla città de La Cava e prometteva, con proprio privilegio, di mantenerla per sempre nel Demanio Regio. Essere città demaniale voleva dire, in età medievale e moderna, dipendere direttamente dalla Corona e non da un feudatario: un’autonomia amministrativa maggiore, e una minore soggezione al potere signorile. Un privilegio che i cavesi custodirono con orgoglio, e che ancora oggi racconta qualcosa dell’identità di questa città.
Due anniversari, quello religioso e quello civile, che il 10 luglio intreccia in modo quasi simbolico: da una parte la devozione a una santa invocata nei momenti di pericolo, dall’altra il ricordo di un’autonomia conquistata e difesa nei secoli. Due facce della stessa memoria cittadina, che parlano ancora oggi di una comunità capace di affidarsi al cielo senza mai dimenticare i propri diritti in terra.
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Fonti: Archivio Storico Comunale Cavese, Deliberazioni, classe II, sez. II, n. 634, ff. 13v-15v e f. 33r; Abbazia Benedettina della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni, Arca CVII, 118 (atto del notaio Costa, 8 marzo 1633); D. Cantarella, Busti-reliquiario di età medievale in Costiera Amalfitana, Centro di Cultura e Storia Amalfitana, 2021; S. Milano, Un diploma inedito di Giovanna II all’Università de La Cava (1432), in «Rassegna Storica Salernitana», dicembre 1996, pp. 229-238. Si ringrazia il gruppo Cava storie.