1904: la storia oscura della donna segregata per 22 anni

19 Feb,2026 | Cava Ieri

Era il 21 febbraio 1904 quando La Tribuna Illustrata — uno dei più importanti periodici illustrati dell’epoca — dedicò la propria copertina a una vicenda agghiacciante avvenuta proprio a Cava de’ Tirreni: la scoperta di una donna tenuta prigioniera dalla sua stessa famiglia per circa 22 anni.

Il ritrovamento

La notizia rimbalzò su tutta la stampa nazionale con la forza di un colpo di scena da romanzo gotico. Eppure era tragica realtà.

La donna, appartenente a una famiglia della borghesia cittadina, fu ritrovata dalle autorità — probabilmente allertate da una segnalazione di vicini o conoscenti insospettiti da movimenti o lamenti — in condizioni disumane all’interno di una stanza nascosta e fatiscente della casa di famiglia. Una vera e propria cella, priva di igiene elementare, senza luce solare, che per oltre due decenni era stata la sua unica prigione.

Il lungo isolamento l’aveva ridotta a uno stato quasi larvale: le facoltà mentali e fisiche erano gravemente compromesse, i danni fisici derivanti dalla mancanza di movimento erano profondi, il suo aspetto quasi irriconoscibile.

I motivi della segregazione

I familiari — principalmente i fratelli, e secondo alcuni resoconti anche la madre — giustificarono l’atto come una forma di protezione: la donna sarebbe stata affetta da infermità mentale e, piuttosto che affidarla ai manicomi ottocenteschi (spesso peggiori delle carceri), avrebbero preferito tenerla in casa per “risparmiarle” ulteriori sofferenze.

Ma dietro questa versione ufficiale, la stampa e l’opinione pubblica non tardarono a scorgere ben altri moventi. Tenendo la donna nascosta, i familiari potevano continuare a gestire la sua quota di eredità senza dover rendere conto a tutori esterni o ad autorità giudiziarie. Il “disonore” di avere una parente “pazza” era l’alibi perfetto per occultare un’operazione di puro interesse economico.

Il processo e l’eco mediatica

I responsabili furono arrestati e processati. Il dibattimento ebbe una vasta eco in tutto il Paese, poiché metteva in discussione il potere assoluto che i capifamiglia esercitavano sui membri considerati “deboli” o “scomodi” della famiglia.

La difesa puntò tutto sulla “necessità” del gesto, cercando di far passare la segregazione come un atto caritatevole. La stampa, a partire proprio da La Tribuna Illustrata, ribatté con forza, sottolineando come il vero movente fosse l’avidità.

La famosa illustrazione pubblicata in copertina mostrava i carabinieri che, con le lanterne, illuminavano un angolo buio e sporco della soffitta, scoprendo la donna rannicchiata tra stracci e rifiuti. Quell’immagine divenne il simbolo del “male domestico” che la nuova Italia del XX secolo voleva estirpare.

Dopo la liberazione, la vittima fu affidata alle cure mediche. I danni psichici e fisici riportati in oltre due decenni di oscurità furono giudicati in gran parte irreversibili.

Il contesto storico: la Legge del 1904

La vicenda si inserisce in un momento cruciale per la legislazione italiana. Proprio mentre il caso di Cava de’ Tirreni teneva banco sulle prime pagine, il 14 febbraio 1904 veniva promulgata la Legge n. 36, nota anche come “Legge Giolitti”, che per la prima volta in Italia regolamentava in modo organico il ricovero nei manicomi.

Prima di quella legge, bastava la parola di una famiglia per far “sparire” un congiunto scomodo. La nuova normativa introdusse obblighi precisi:

  • era necessario un certificato medico per il ricovero;
  • solo il Prefetto poteva autorizzare l’internamento definitivo, sottraendo il potere decisionale assoluto ai familiari;
  • vennero istituiti registri pubblici per monitorare chi entrava nei manicomi, rendendo impossibili le sparizioni forzate come quella della donna di Cava.

La scelta di La Tribuna Illustrata di dedicare la copertina proprio a questa storia non fu casuale: il caso di Cava divenne uno strumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla necessità di quelle nuove tutele, mettendo in primo piano il contrasto stridente tra l’apparente rispettabilità della famiglia e la crudeltà del reato commesso.


Fonti: La Tribuna Illustrata, Anno XII, N. 8, 21 febbraio 1904. Il fascicolo originale è rintracciabile su portali di collezionismo come AbeBooks ed eBay.

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