La sera dell’8 settembre 1943, quando la radio diffuse il comunicato dell’armistizio, molti cavesi credettero ingenuamente che la guerra fosse finita. Chi conosceva la situazione militare comprese invece che quello sarebbe stato il preludio di sventure ancora maggiori.
Nelle prime ore della notte ebbero inizio le operazioni di sbarco degli alleati nel golfo di Salerno. L’orizzonte meridionale di Cava divenne una fantasmagoria di scie di proiettili traccianti e razzi luminosi. All’alba del 9 settembre gli alleati erano già alle porte della città, con un primo scontro a fuoco sul ponte di San Francesco. Una camionetta inglese riuscì persino a entrare nell’abitato distribuendo sigarette e cioccolata.
I tedeschi concentrarono i carri armati lungo Corso Umberto e posizionarono le artiglierie nei villaggi. La popolazione civile abbandonò il Borgo rifugiandosi nella Badia dei Benedettini o sparpagliandosi nelle campagne.
Il collasso dell’ordine e i saccheggi
Nel marasma generale, alcuni cavesi persero la testa comportandosi come se fosse giunta l’apocalisse. I soldati tedeschi scassinarono tabaccherie e pasticcerie, mentre i più spregiudicati incitarono i tedeschi a svellere con i carri armati le porte dei negozi. Altri furono spinti al saccheggio dalla necessità di procurarsi viveri. Furono svuotati il Molino e il Pastificio Ferro, i magazzini del Consorzio Agrario e tutti i negozi del Borgo.
Non mancarono tuttavia atti di abnegazione e la collaborazione con le truppe alleate, cui furono fornite informazioni preziose per infrangere la resistenza tedesca.
Quando gli anglo-americani scacciarono i tedeschi dall’Hotel Scapolatiello, furono guidati da ardimentosi civili tra cui Edmondo Manzo, Raffaele Vaglia, Francesco Coppola, Carmine Bisogno, Costabile Virtuoso, Michele Di Marino e Mariano Granito. Il gestore dell’albergo aveva fatto fare bisboccia ai tedeschi fino a tarda notte, così che all’alba fossero presi alla sprovvista.
Le rappresaglie tedesche
Nei venti giorni di battaglia si contarono oltre seicento morti civili. Tra le vittime il professor Raffaele Baldi con una cognata e un nipotino, morti sotto le macerie della propria casa.
A San Cesareo, il maggiore Pasquale Capone si oppose a un rastrellamento di giovani da deportare. I tedeschi uccisero suo padre Matteo e alcuni agricoltori, poi condussero l’eroico ufficiale a villa Cardinale dove gli fecero scavare la fossa prima di fucilarlo. Luigi Capuano fu trucidato a San Vito per essersi rifiutato di caricare della roba su un camion.
Il 23 settembre un carro armato tedesco, bloccato nella strettoia di Sant’Arcangelo mentre si dirigeva verso la Badia per una rappresaglia, scaricò una sventagliata di mitragliatrice su alcuni civili uccidendo Domenico Russo, Pasquale Avella, Andrea Adinolfi e la piccola Michelina Focarelli.
Al cimitero furono portate 125 salme tra l’8 e il 28 settembre, la maggior parte per colpi d’arma da fuoco o bombardamenti.
Distruzioni e ritirata
Prima di abbandonare Cava, i tedeschi distrussero il deposito del 400° Reggimento di fanteria e fecero saltare il ponte di San Francesco e quello sulla ferrovia presso Villa Alba. Gli alleati in poche ore costruirono un ponte provvisorio ristabilendo i collegamenti con Salerno, mentre i carri armati avanzarono sulla strada ferrata che i tedeschi non avevano toccato.
I bombardamenti colpirono la Basilica dell’Olmo, Santa Maria del Rifugio, la chiesa e convento dei francescani, il Purgatorio, San Giovanni, il Duomo con il palazzo vescovile e la curia, il seminario, San Rocco, l’Annunziata e San Pietro. Furono danneggiati l’ospedale civile, i palazzi Salsano, Galise, Ferrari, De Filippis, Bisogno, Banca Cavese, Vitale, il palazzo dei Ciechi, la Casa del Balilla e numerose abitazioni in tutte le contrade.
Il dopoguerra: Cava al centro della ricostruzione
Dopo la liberazione, Cava ospitò il quartier generale del ricostituito Esercito Italiano di Liberazione. Il primo reparto, formato da soldati racimolati tra gli sbandati, si addestrò nelle campagne cavesi prima di essere inviato a Cassino, dove riscattò l’onore nazionale.
A Cava si stabilì anche il governo greco in esilio, organizzandosi per il ritorno in patria dopo la liberazione della Grecia. Le ferite di quei venti giorni rimasero impresse nella memoria collettiva come monito delle tragedie della guerra e testimonianza del coraggio di chi lottò per la libertà.