La pioggia di lapilli del 1944

24 Gen,2026 | Cava Ieri

Era una mattina del marzo 1944 quando Cava de’ Tirreni si risvegliò sotto una coltre di lapilli e di cenere. Una pioggia insolita, fatta non di acqua ma di materiale eruttivo, aveva investito la città metelliana durante la notte.

Una pioggia simile non si era mai vista a Cava. Anche se in passato si erano verificati fenomeni analoghi, questa volta la situazione era particolarmente drammatica. La popolazione osservava preoccupata mentre l’agricoltura veniva colpita duramente e i poveri contadini si ritrovavano ancora impegnati nella faticosa ricostruzione dopo le devastazioni della guerra.

Era il marzo del 1944, quando l’ultima eruzione del Vesuvio scaraventò i suoi lapilli e le sue ceneri fino alla città metelliana.

L’eruzione del Vesuvio

Il 18 marzo 1944, alle 16:30, il Vesuvio esplose con violenza. Le esplosioni produssero nubi di cenere simili a enormi cipressi, spinte dal vento verso sud-est. I venti portarono ceneri e lapilli lontano dal cratere, investendo numerosi comuni della provincia.

Tra i paesi più colpiti dalla caduta di materiale piroclastico figuravano Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava dei Tirreni. In alcuni luoghi, lo spessore dei prodotti vulcanici superò il mezzo metro, raggiungendo a Terzigno gli 80 centimetri.

La cenere, trasportata dai venti in quota, si spinse ancora più lontano, arrivando fino a Santa Maria di Leuca e persino in Albania. Napoli, invece, venne in gran parte risparmiata grazie alla direzione favorevole dei venti che allontanarono la nube di cenere e lapilli dalla città partenopea.

La caduta dei lapilli su Cava

Le cronache dell’epoca documentano come la cenere, simile ad altri episodi vesuviani, si abbatté nei primi giorni dell’eruzione tra il 20 e il 21 marzo. Fu una pioggia nerastra e rossastra che continuò nei giorni seguenti, dal 22 al 23 marzo, cadendo su Orti Avagliana e su Cava in forma giallo-biancastra, e poi ancora dal 24 al 25 marzo a Orti Avagliana, Cava e Torre del Greco.

L’altezza del materiale piroclastico raggiunse a Torre del Greco i 10 centimetri, a Poggiomarino dai 25 ai 40 centimetri, a Cava circa 30 centimetri, a Terzigno la considerevole cifra di 75-80 centimetri. Napoli, invece, non ricevette che una quantità minima di cenere, grazie al vento dominante di nord-ovest durante l’eruzione che allontanò dalla città il pino incandescente dei vapori e delle ceneri, oltre all’incandescenza delle colate laviche e delle fontane di lava.

Particolarmente interessante è la testimonianza del Professor Geremia D’Erasmo, che esaminò i prodotti piroclastici caduti sulla Badia di Cava durante il periodo eruttivo. I lapilli, della grandezza massima di una noce e di media dimensione simile a un pisello, caddero su Cava in quantità notevole. Tutta la zona montuosa della Badia fu coperta da un buon mantello di lapillo lavico coevo, cioè contemporaneo all’eruzione.

Il professore raccolse i campioni il 22 marzo 1944, tra le ore 10 e le 11, per studiarli accuratamente secondo l’ordine e l’ora di caduta. Successivamente, dopo il periodo eruttivo, estese le sue osservazioni sulla zona per avere un quadro completo del fenomeno.

L’analisi rivelò numerosissimi cristalli di augite (un minerale di colore scuro tipico delle rocce vulcaniche), sciolti o ancora attaccati al lapillo lavico. Abbondanti erano anche i cristalli di leucite, un minerale biancastro caratteristico dei vulcani della zona napoletana, anch’essi attaccati o inclusi nella massa del lapillo. I cristalli più grandi raggiungevano dimensioni comprese tra 1 e 2 millimetri.

Un momento difficile per Cava

Per Cava de’ Tirreni, che aveva appena vissuto i venti giorni della battaglia con oltre seicento morti tra la popolazione civile nel settembre 1943, questa pioggia di lapilli rappresentò l’ennesima prova da affrontare. La città, ancora ferita dagli eventi bellici, si trovò a dover gestire questa nuova emergenza naturale.

Le testimonianze dell’epoca raccontano di una città coperta da un misto di carbonella e cenere. La situazione richiedeva misure immediate per evacuare le zone più colpite e ripristinare la viabilità, mentre le scuole venivano chiuse e si prendevano precauzioni anche per le fabbriche.

Il contesto storico

L’eruzione del marzo 1944 rimane ad oggi l’ultima manifestazione eruttiva del Vesuvio. Si verificò in piena Seconda Guerra Mondiale, quando le truppe alleate erano presenti nel napoletano dopo la liberazione dalle forze tedesche. La caduta di ceneri e lapilli danneggiò tra 75 e 88 bombardieri americani presso l’aeroporto militare temporaneo di Pompei, che venne successivamente spostato a Paestum.

Per i cavesi, quella pioggia di lapilli del 1944 resta un ricordo incancellabile nella memoria collettiva della città: un evento naturale straordinario che si sommò alle già enormi difficoltà di un periodo segnato dalla guerra e dalla ricostruzione.


Notizie tratte dal giornale Il Castello, da Osservatorio Vesuviano -INGV e da A.Parascandola nel testo L’eruzione vesuviana nel marzo 1944

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