Norimberga dimenticata

17 Apr,2026 | Blog

C’è un film, uscito nel 2025, che, secondo me, vale la pena vedere non soltanto come opera cinematografica, ma come specchio impietoso in cui il presente si riflette nel passato. Si intitola Norimberga (Nuremberg), è diretto da James Vanderbilt, e racconta una storia vera: quella del giovane psichiatra americano Douglas Kelley, incaricato di valutare la sanità mentale dei gerarchi nazisti prima del grande processo che avrebbe dovuto, nelle intenzioni degli Alleati, chiudere definitivamente i conti con il male assoluto del Novecento.

Rami Malek interpreta Kelley, Russell Crowe veste i panni di Hermann Göring, il braccio destro di Hitler. Il film segue i loro incontri ravvicinati, un duello intellettuale in cui lo psichiatra si aspetta di trovare un uomo distrutto e trova invece un manipolatore abile, lucido, capace di scaricare ogni responsabilità sugli altri. Göring non si pente. Non riconosce il male. Anzi: lo giustifica, lo normalizza, lo trasforma in un atto di fedeltà alla patria.

Il processo si conclude con la condanna dei gerarchi per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimini contro la pace. Ma Göring sfugge all’esecuzione ingerendo una capsula di cianuro nascosta durante tutta la detenzione. Anche nella morte, una beffa.

Il vero finale, però, è quello di Kelley. Il film lo mostra anni dopo, durante un’intervista radiofonica, visibilmente ubriaco, mentre promuove il suo libro 22 celle a Norimberga. E dice, con la disperazione di chi ha visto troppo: «Ci sono persone come i nazisti in ogni Paese del mondo oggi. Alimentano l’odio. È quello che fecero Hitler e Göring. E se pensate che la prossima volta lo riconosceremo perché indossano uniformi spaventose, vi sbagliate di grosso

Nessuno lo ascoltò. Kelley sprofondò nell’alcolismo, trascorse il resto della sua vita a mettere in guardia il mondo da un pericolo che nessuno voleva vedere, e si tolse la vita nel 1958, con il cianuro, lo stesso veleno di Göring.

Il film si chiude con una citazione del filosofo R. G. Collingwood: «L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha già fatto.»

Per i miei studi liceali , ricordo che il grande filosofo napoletano Giambattista Vico teorizzò nel ‘700 i corsi e ricorsi storici: la storia non procede in linea retta verso il progresso, ma si avvolge su se stessa, ripetendo ciclicamente le stesse fasi : nascita, culmine, decadenza, e poi di nuovo dall’inizio. Secoli dopo, guardando il mondo intorno a noi, sarebbe difficile dargli torto.

Il processo di Norimberga fu presentato come una svolta epocale: per la prima volta nella Storia, i responsabili di genocidi e crimini di guerra venivano chiamati a rispondere davanti a un tribunale internazionale. Si disse che mai più. Nie wieder. Never again. Plus jamais. In tutte le lingue del mondo civile, la stessa promessa solenne.

Eppure negli anni successivi arrivarono la Cambogia di Pol Pot, il Ruanda, la Bosnia, il Darfur. Arrivarono i regimi che hanno cancellato intere culture, bruciato biblioteche, raso al suolo città antichissime, distrutto opere d’arte millenarie come se fossero ostacoli, non memorie. L’uomo ha continuato imperterrito a fare ciò che ha sempre fatto.

Penso non sia ignoranza nè mancanza di informazioni. I libri di storia esistono, i musei esistono, i memoriali esistono. Eppure qualcosa, nel profondo della natura umana, porta l’uomo a dimenticare con una velocità sconvolgente, quasi che la memoria del dolore degli altri sia un peso troppo scomodo da portare.

L’egoismo e la sete di potere sono forze antichissime, più antiche di qualsiasi civiltà.

Sono loro a cancellare la memoria collettiva, a trasformare la storia in un serbatoio di giustificazioni piuttosto che in una maestra di vita. Chi vuole conquistare, opprimere, distruggere, trova sempre un modo per convincersi — e per convincere gli altri — che stavolta è diverso. Che stavolta c’è una buona ragione. Che il nemico lo merita.

E così le città vengono bombardate, i musei saccheggiati o distrutti, i patrimoni naturali devastati, i popoli decimati.

Non sono deviazioni della storia: sono, tragicamente, la norma. Gli eccidi, anche di bambini, le deportazioni, le cancellazioni di bellezze naturali e artistiche costruite in secoli di fatica e ingegno umano non sono mai cessate. Si è solo spostato, cambiato abito, trovato nuove giustificazioni ideologiche.

Douglas Kelley capì qualcosa di fondamentale, qualcosa che lo distrusse dall’interno: che il male purtroppo non è un’anomalia. Non è il prodotto di mostri irriconoscibili, di creature diverse da noi. Il male nasce dall’obbedienza cieca, dall’indifferenza coltivata, dalla delega della coscienza a qualcuno che promette ordine e grandezza nazionale. Nasce quando le persone smettono di pensare e iniziano a seguire.

Questa consapevolezza era insopportabile nel 1947. Lo è ancora oggi. Perché significa che la vigilanza deve essere costante, che non esiste un punto di arrivo sicuro, che ogni generazione deve ricominciare da capo il lavoro di resistenza alla barbarie. E che quel lavoro richiede fatica, coraggio, e soprattutto memoria ,la memoria che l’uomo, purtroppo, continua ostinatamente a non voler esercitare.

Norimberga è un film che disturba, e volontariamente. Perché la storia non è un’esposizione di fatti remoti: è uno specchio. E quello che vi si riflette, oggi come settant’anni fa, non è sempre piacevole da guardare.

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