Ho trovato oggi casualmente su una rivista una frase di Paulo Coelho, scrittore che amo molto e che ha insegnato a tanti lettori il linguaggio simbolico del viaggio interiore, che offre una lezione tanto semplice quanto profonda: sapere quando finisce una fase della vita è un’arte che dobbiamo imparare.
“È sempre necessario sapere quando finisce una fase della vita. Se insisti a rimanere in essa oltre il tempo necessario, perdi la gioia e il senso del resto. Chiudere cerchi, o chiudere porte, o chiudere capitoli, come preferisci chiamarlo. L’importante è riuscire a chiuderli e lasciare andare i momenti della vita che si sono conclusi. Non possiamo vivere il presente rimpiangendo il passato, né tantomeno domandandoci il perché. Quello che è successo, è successo, e bisogna lasciarlo andare, bisogna staccarsene. Non possiamo essere eternamente bambini, né adolescenti tardivi, né dipendenti di aziende inesistenti, né avere legami con chi non vuole essere legato a noi. I fatti accadono, e bisogna lasciarli andare!”
Non è questione di rassegnazione, ma di lucidità. Non è debolezza, ma forza. Viviamo in un’epoca che ci insegna a trattenere, ad accumulare, a non lasciar mai andare. Spesso le nostre relazioni si prolungano oltre la loro scadenza naturale; i lavori si trascinano per inerzia; i rimpianti si cristallizzano nelle nostre menti come se fossero elementi permanenti della nostra identità. Ma Coelho ci ricorda una verità elementare e tuttavia rivoluzionaria: persistere in una fase della vita ormai conclusa significa perdere la gioia e il senso del resto.
Quanti di noi portiamo dentro storie incomplete, relazioni rimaste sospese, progetti abbandonati a metà? È come camminare con le catene ai piedi.
Ogni cerchio non concluso consuma la nostra energia, distrae lo sguardo dal presente, ci impedisce di respirare profondamente. Chiudere cerchi, chiudere porte, chiudere capitoli — le parole di Coelho offrono tre immagini della medesima necessità — non è un atto distruttivo, bensì liberatorio.
La differenza tra chi avanza nella vita e chi rimane bloccato sta spesso qui: nella capacità di riconoscere quando qualcosa si è concluso e di avere il coraggio di ammetterlo. Non è facile. Il nostro cuore resiste, la nostra mente litiga con la realtà, le nostre abitudini ci trascinano verso ciò che è noto e sicuro, anche se non funziona più.
C’è una frase che racchiude tutta la saggezza di questo insegnamento: “Non possiamo vivere il presente rimpiangendo il passato, né tantomeno domandandoci il perché”. Quante volte ci siamo trovati in questa trappola? Riviviamo, analizziamo, cerchiamo spiegazioni per ciò che non può più cambiare.
LO scrittore brasiliano non ci suggerisce di ignorare il passato, bensì di riconoscerlo e lasciarlo andare. Quello che è successo, è successo. Non è una sentenza fredda, è una liberazione. Smettere di interrogare il perché equivale a smettere di spendere energie preziose in domande che non hanno risposta, per dedicarle invece al presente che abbiamo davanti, che è l’unico tempo realmente nostro.
Chi ha avuto il coraggio di trasformare un dolore in accettazione conosce questa pace: non è il dimenticare, è lo smettere di combattere ciò che non può cambiare.
Coelho elenca con precisione gli atteggiamenti che dobbiamo imparare a superare: non possiamo essere eternamente bambini, né adolescenti tardivi. Non possiamo restare dipendenti quando potremmo essere autonomi. Non possiamo attendere infinitamente da chi non vuole essere legato a noi.
Queste parole ci toccano nel vivo. Parliamo di crescita. Ma è facile dire “cresci”, difficile farlo quando significa abbandonare una parte di sé stessi, lasciar morire un’identità e un ruolo nella quale ci siamo riconosciuti o che abbiamo costruito per noi stessi. Eppure, è esattamente il prezzo della vita consapevole: riconoscere quali ruoli abbiamo superato e avere la forza di deporli.
Una relazione che non ricambia la nostra dedizione. Un lavoro che non ci nutre più. Un’amicizia che è diventata abitudine e mal sopportazione. Una visione di noi stessi che non corrisponde più a chi siamo. Coelho ci chiede di guardarli in faccia, di dirgli addio, di procedere oltre.
La vera lezione qui non è pessimistica. Non parliamo di perdita, ma di movimento: chiudere cerchi significa aprirne di nuovi. Il gesto del distacco è al contempo il gesto dell’accoglienza: accoglienza del nuovo, dello sconosciuto, di quella parte di noi stessi che non poteva emergere finché rimanevamo aggrappati al vecchio.
In questa prospettiva, la morte di una fase della vita non è un dramma, ma una necessità biologica e spirituale. L’albero deve lasciar cadere le foglie per germogliare di nuovo l’onda deve ritirarsi per permettere alla prossima di avanzare, la notte deve calare perché il giorno possa risorgere.
La saggezza non consiste nel trattenere, bensì nel sapere lasciar andare al momento giusto.
A volte accade che la vita ci forzi la mano. Una malattia grave, improvvisa o prolungata, diventa il catalizzatore involontario di quella trasformazione che razionalmente sappiamo necessaria, ma che emotivamente rimandiamo sempre.
La malattia ha questo potere straordinario: ci ferma. Interrompe i nostri schemi, annulla le nostre scuse, ci mette di fronte a una domanda senza appello: cosa è veramente importante? In quella fermata forzata, molti scoprono che le cose alle quali si aggrappavano non contano nulla. Le relazioni tossiche, il bisogno di approvazione, l’insicurezza che li tratteneva : tutto questo svela la sua futilità di fronte alla fragilità della salute, della vita stessa.
Chi ha vissuto l’esperienza di una malattia grave conosce questa strana grazia: il passato perde peso. Non perché dimenticato, ma perché il presente diventa così pressante, così tangibile, che il rimpianto non ha più spazio. Il dolore fisico insegna una lezione che la filosofia non riesce a trasmettere: il tempo è finito, e il presente è tutto ciò che abbiamo.
Dalla malattia emerge spesso una versione di sé stessi più autentica. Le maschere cadono. Le priorità si riordinano in pochi giorni. Quello che prima sembrava indispensabile — il prestigio, il possesso, l’apparenza, il potere — rivela la sua illusorietà. E ciò che emerge è spesso più semplice, più vero, più umano: la ricerca di pace, di connessioni genuine, di significato.
In questo senso, la malattia diventa una terribile maestra di Coelho. Costringe la chiusura dei cerchi. Insegna, nel modo più diretto, che non si può vivere il presente rimpiangendo il passato quando quel presente è minacciato. E nel paradosso della sofferenza, molti trovano la rinascita: si cambia e si diventa una persona più consapevole e liberata di sé stessa.
Forse oggi è il giorno per chiedersi: quali cerchi sto ancora portando con me? Quali capitoli ho già concluso ma che continuo a rileggere? Su chi o su che cosa sto insistendo oltre il tempo necessario? Dove ho perso la gioia perché mi ostino a trattenere ciò che si è già concluso?
Non è una domanda che ha risposta immediata. Ma farsi questa domanda, con onestà, è il primo passo verso la libertà che Coelho descrive. Il secondo passo è l’azione: chiudere la porta, tracciare la linea, dire addio.
E poi? Poi viviamo. Viviamo il presente. Respiriamo. Camminiamo leggeri verso ciò che non sappiamo ancora, verso i capitoli ancora da scrivere, forse anche attraverso questo blog.