Cava nell’Ottocento: la città vista da un’inglese

30 Mag,2026 | Cava Ieri

Esiste un libro scritto in Inghilterra nel 1860, mai pubblicato in Italia fino alla traduzione curata da Federico Guida per il Comune di Cava de’ Tirreni nel 1998, che offre uno degli sguardi più vivaci e impietosi mai dedicati alla nostra città. Il titolo originale è La Cava ovvero I miei ricordi dei Napoletani, e la sua autrice è rimasta anonima. Secondo gli studi dello storico Giuseppe Foscari, si trattava molto probabilmente della figlia di un diplomatico inglese accreditato presso la corte borbonica di Napoli: una giovane donna colta, abituata a trascorrere le calde estati cavesi in villeggiatura con la madre e la cameriera, la signorina Simpson.

Tra il 1850 e il 1859, cioè nell’ultimo decennio del regno borbonico, prima dell’Unità d’Italia, questa giovane inglese soggiornò a Cava più volte, ospite della famiglia Orilia a Castagneto, benestanti locali conosciuti e rispettati. Non si trattava di una visitatrice di passaggio: tornava ogni estate, stringeva amicizie, imparava il napoletano, esplorava i sentieri dei casali in groppa a un mulo. Le sue osservazioni, quindi, non sono impressioni superficiali ma sono il frutto di anni di frequentazione diretta, e per questo conservano ancora oggi un valore storico eccezionale.

Una città in crisi: il tramonto dell’artigianato tessile

La Cava che l’inglese descrive è una città in profonda trasformazione economica. Per secoli la produzione tessile artigianale aveva rappresentato il cuore pulsante dell’economia cavese, fonte di ricchezza per il patriziato locale e di lavoro per migliaia di famiglie. Ma durante la prima metà dell’Ottocento, le fabbriche meccanizzate di Salerno avevano stravolto questo equilibrio, producendo a costi inferiori e in quantità incomparabilmente maggiori.

I dati del censimento industriale del 1866 parlano chiaro: nel territorio cavese sopravvivevano ormai solo 8 tessitorie di cotone e 2 opifici per la fabbricazione della pasta, appartenenti a Nicola Murino e Filippo Turino. Una città che era stata tra le più prospere del Regno di Napoli si trovava a fare i conti con la miseria. Gli imprenditori locali avevano preferito aggrapparsi al modello artigianale tradizionale, in attesa di capitali stranieri — si aspettavano soprattutto quelli svizzeri — piuttosto che investire nei macchinari che pure, già nel 1848, i lavoratori avevano tentato di distruggere con barricate e sommosse.

A testimoniare la gravità della situazione era la fioritura di ben settanta istituzioni caritative — Opere Pie, Monti, Confraternite — che distribuivano elemosine e provvedevano ai bisogni dei più poveri. Erano lo stato sociale dell’epoca: reti di solidarietà cittadina, laica e cattolica insieme, che cercavano di tamponare una povertà sempre crescente.

Il tabacco e la rinascita: una risposta alla crisi

La risposta più efficace alla crisi del tessile arrivò proprio in quegli anni, con la coltivazione e lavorazione del tabacco. Le radici di questa coltura nella Valle Metelliana risalivano alla fine del Settecento, quando i Francesi — durante il decennio napoleonico — e poi i Borbone avevano incentivato la produzione dell’erbasanta — cioè del tabacco da fiuto — in tutta la fascia da Cava fino a Vietri sul Mare. Nel 1845 fu aperta nel territorio una succursale delle Manifatture Tabacchi napoletane, destinata a diventare uno dei principali datori di lavoro della città, in particolare per le donne. Cava si reinventava, passando dall’artigianato privato a un’industria organizzata su scala regionale.

La città che non esiste più: il paesaggio rurale e i casali

Uno degli aspetti più preziosi delle Memorie è la descrizione del paesaggio cavese prima dell’urbanizzazione moderna. La giovane inglese racconta di una Cava dominata dalla natura: boschi e selve fitti, campi di grano e granturco, vigneti ordinati, villaggi sparsi sulle colline come «Rotolo, Casaburi con la sua bella chiesetta». Ogni mattina, lei e i suoi amici di villeggiatura percorrevano i sentieri a dorso di mulo, raggiungendo uno dopo l’altro i casali della valle.

Ma il distacco tra il centro e le frazioni era un dato di fatto, fisico e mentale insieme. La scrittrice lo cattura in una frase:

«Ogni villaggio guarda a quello vicino come ad un paese straniero: non c’è solidarietà o amicizia fra gli abitanti dell’uno e dell’altro. Se chiedi ad un contadino se faccia parte di Cava, egli probabilmente risponderà in maniera indignata, e dichiarerà che il suo paese è nel tale posto, forse a un quarto di miglio dalla città!»

L’antagonismo fra casali , quella rivalità radicata tra distretti e famiglie che si trascinava da secoli, era ancora pienamente vivo, malgrado i tentativi delle amministrazioni passate di garantire a ogni villaggio una rappresentanza equa nella vita civile.

La società cavese: aristocratici, contadini e clero

L’inglese osserva con occhio acuto i tre grandi ceti della Cava borbonica — l’aristocrazia, i contadini e il clero — come se nessuna rivoluzione fosse mai davvero passata di lì.

L’aristocrazia locale la sorprende per la sua rozzezza. Gli Orilia e le altre famiglie benestanti vivono in ambienti sporchi e polverosi, accettano condizioni igieniche che a un’inglese sembrano incomprensibili. Alcuni sono analfabeti, eppure si trasformano per le feste cittadine, dove le signore della Cava-bene sfoggiano abiti eleganti e «curiose quanto improponibili acconciature», imitando la moda napoletana. L’aristocrazia cavese, del resto, aveva un’origine mercantile: notai, avvocati, medici, farmacisti arricchitisi nel tempo, una nobiltà di provincia abituata a mescolarsi quotidianamente con i ceti umili.

I contadini, invece, la commuovono. Poveri, spesso ignoranti, a volte pronti alla rissa, ma di «animo buono» e di una generosità senza pari. Lei rimane colpita dalla loro abitudine di adottare i bambini rimasti orfani, pur non avendo nulla: «Sembra strano, come, essendo così poveri, adottino pure dei bambini, quando il Cielo gli toglie i loro». È uno dei paradigmi profondi della civiltà rurale meridionale: la solidarietà come risposta strutturale alla miseria.

Più dura è con il clero e i monaci benedettini, che guarda con lo spirito critico di una protestante razionalista. Riconosce i loro meriti storici — «certamente a loro dobbiamo buona parte del sapere che è sfuggito alla distruzione in epoche oscure» — ma non risparmia loro le critiche: lusso eccessivo, scarsa devozione durante le messe, comportamenti mondani. L’abate gira in carrozza con scarpe verniciate e calze di seta; i monaci escono la sera per «vedere il mondo». È un giudizio che riflette anche i sentimenti diffusi tra la gente comune, che aveva con l’abbazia benedettina un rapporto antico e contraddittorio: ammirazione e risentimento, timore reverenziale e ostilità.

Sapori e costumi: una Cava da gustare

Tra le pagine più vivaci delle Memorie ci sono quelle dedicate al cibo quotidiano. La scrittrice descrive con curiosità genuina la cucina cavese dell’epoca. Nelle tavole dell’aristocrazia: pasta condita con sugo di pomodoro, ragù o burro e parmigiano, pesce fritto nell’olio, minestra di maiale salato con cavoli, cipolle, aglio, finocchio, spinaci e cicoria. Tutto accompagnato da grandi quantità di pane fresco, consumato a mezzogiorno e la sera.

Nelle case dei più poveri, invece, si sopravviveva con molto meno: lo stesso olio che alimentava le lampade serviva anche per condire i cibi. Si faceva provvista per l’inverno di frutta secca — prugne, fichi, pomodori secchi, scorze di melone, peperoncini «di cui vanno pazzi». E poi ancora: brodo di lumaca, ricercatissimo tra i ceti popolari, ricotta fresca di capra, caciocavalli, granturco bollito, verdure di ogni tipo. E un prodotto che lei trova insolito: una «orribile torta d’aglio, tonda e piatta, venduta a fette in giro per il paese».

Una voce libera sull’Unità d’Italia

La scrittrice non è solo un’osservatrice di costumi: è anche una donna con forti convinzioni liberali. Di fronte all’antagonismo tra i casali cavesi si chiede con lucidità: «Tutto ciò non è forse in contrasto con l’unità e la fraternità italiana? Queste idee suonano bene, sono nobili in teoria, ma verranno alla fine messe in pratica in maniera sentita? Io ne dubito».

Il suo scetticismo sull’Unità d’Italia non è ostilità, ma consapevolezza delle condizioni reali del Mezzogiorno. In un passaggio di rara lucidità, scrive: «Gli Italiani del Sud si trovano ora in una condizione, sia mentale che spirituale, di gran lunga più arretrata di quella in cui noi eravamo nel diciassettesimo secolo». Un giudizio duro, ma espresso con rispetto per le persone — «gente gaia, cordiale e spensierata, più vittima che colpevole» — e con la chiarezza di chi sa che i veri responsabili sono gli amministratori borbonici, non i cavesi.

Una città congelata nel tempo

Giuseppe Foscari, nella sua analisi, conclude con una riflessione che vale la pena ricordare: bisogna essere grati a questa giovane inglese per aver saputo «congelare» una città che di fatto non esiste più, dandoci l’illusione di toccarla con mano. La Cava che lei descrive — pre-urbana, dominata dalla natura, percorsa da sentieri e muli, divisa tra miseria e dignità — è scomparsa per sempre. Ma grazie alle sue Memorie, possiamo ancora camminarci dentro.

È una Cava delle contraddizioni: bellissima nel paesaggio, fragile nell’economia, vivace nelle relazioni umane, lenta ad accettare il cambiamento. Una comunità che nel mezzo di una crisi profonda cercava di restare se stessa, aggrappata ai propri valori, ai propri sapori, alle proprie rivalità antiche. E che proprio in questi anni stava iniziando a reinventarsi, aprendo le porte al tabacco, ai villeggianti stranieri e ai pittori della Scuola di Posillipo — quei viaggiatori che percorrevano la Costiera Amalfitana e si fermavano nella Valle Metelliana, definendola con parole memorabili: «Una valle delle Alpi illuminata dal sole di Napoli».

Le Memorie dell’anonima autrice inglese sono disponibili nella traduzione italiana di Federico Guida, pubblicata dal Comune di Cava de’ Tirreni nel 1998 con il titolo La Cava ovvero I miei ricordi dei Napoletani, con note di Rita Taglé e Lucia Avigliano. Il volume originale, ritrovato alla British Library di Londra, fu pubblicato in Inghilterra nel 1860 e non aveva mai avuto una traduzione italiana prima di quella data.

Fonti e riferimenti

— Giuseppe Foscari, Cava nella seconda metà dell’Ottocento. Note sulle Memorie di un’anonima autrice inglese (saggio accademico)

— La Cava ovvero I miei ricordi dei Napoletani, traduzione di Federico Guida, Comune di Cava de’ Tirreni, 1998

— G. Foscari, Economia e società locale nel Mezzogiorno: redditi e gabelle a Cava (1806–1860), Nocera Inferiore, Aletheia, 1990

— Annuario Statistico per la provincia di Salerno per l’anno 1866

— Wikipedia, Storia di Cava de’ Tirreni (it.wikipedia.org)

— Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Cava de’ Tirreni (cavaturismo.it)

— Archivio di Stato di Salerno, Viaggiatori — antologia di testi su Salerno e Cava

Acolta il podcast dell’articolo:

error: Il Contenuto è protetto!!