La piscina di plastica tra le macerie

26 Lug,2026 | Blog

Ci sono immagini che raccontano una tragedia meglio di qualsiasi bollettino. Oggi in un servizio televisivo della rete nazionale su Gaza, la telecamera ha inquadrato quattro bambini che, tra le macerie di un quartiere raso al suolo, si erano costruiti una piccola piscina con un telo di plastica recuperato chissà dove. Ridevano,  spruzzavano acqua, giocavano come farebbe qualunque bambino in qualunque zona del mondo. Intorno a loro, per centinaia di metri, solo cemento sbriciolato, ferro contorto, ruderi di case e palazzi che non esistono più.

È un’immagine che resta addosso più di molte statistiche, perché mette una accanto all’altra due realtà che non dovrebbero mai stare insieme: la naturale, indistruttibile voglia di giocare dei bambini e la distruzione totale del mondo che li circonda. È da questo contrasto che vale la pena partire per parlare di ciò che la guerra fa, ovunque nel mondo, a chi non ha alcuna responsabilità nello scatenarla.

Vale la pena ricordarlo, prima di andare oltre: ognuno di quei bambini, come ogni bambino nato in qualunque angolo del pianeta, è venuto al mondo dall’amore di due persone. Porta con sé, fin dal primo istante, l’intera promessa di un futuro possibile: un’amicizia da costruire, una vita da vivere, un pezzo di umanità che si rinnova. È proprio questa promessa che la guerra spezza senza pietà, strappando alla vita, con la stessa indifferenza, un bambino nato da un grande amore e un bambino nato in mezzo alle macerie.

hi ha lavorato in contesti di emergenza, chi ha visto da vicino i campi profughi o le città sotto assedio, racconta sempre la stessa cosa: lo sguardo di un bambino spaventato o, come in questo caso, lo sguardo di un bambino che nonostante tutto trova ancora il modo di sorridere, è identico ovunque nel mondo. Non ha bandiera, non ha lingua, non appartiene a nessuno schieramento. È lo sguardo di chi non ha scelto nulla di ciò che gli sta accadendo, eppure ne paga il prezzo più alto.

Il bisogno di giocare non si spegne nemmeno nelle condizioni più estreme. È quasi un istinto di sopravvivenza, prima ancora che un diritto sancito dalle convenzioni internazionali. Un bambino che gioca tra le macerie non sta dimenticando la tragedia che vive: sta semplicemente facendo l’unica cosa che la sua età gli permette di fare per restare, almeno per qualche minuto, un bambino. Ed è proprio questo che rende la guerra, quando colpisce i più piccoli, una violenza che va oltre il danno fisico: ruba il tempo dell’infanzia, quello che non torna indietro.

Al di là delle responsabilità politiche e militari di ogni guerra, che restano questioni complesse su cui si confrontano governi, diplomazie e opinioni pubbliche di tutto il mondo,  restano dei numeri che da soli bastano a far capire la portata della tragedia. Le agenzie delle Nazioni Unite che si occupano di infanzia parlano, per la sola Striscia di Gaza, di decine di migliaia di bambini uccisi o feriti dall’autunno del 2023 a oggi, con bilanci che sono continuati ad aggiornarsi anche nei periodi in cui si parlava di tregua. Cifre che, come denunciato più volte dalle stesse organizzazioni umanitarie, raccontano una media di vittime infantili difficile anche solo da immaginare.

Ma Gaza, purtroppo, non è un caso isolato. In Ucraina, milioni di bambini hanno conosciuto lo sfollamento, l’interruzione della scuola, la perdita di familiari. In Sudan, dove il conflitto ha già fatto scivolare intere regioni nella carestia, sono proprio i più piccoli a pagare il prezzo più alto della malnutrizione. In Yemen, una crisi umanitaria che dura da più di un decennio continua a privare intere generazioni di cibo, cure mediche, istruzione. Contesti diversissimi tra loro per storia, cause e attori coinvolti, ma con un denominatore comune che nessuna analisi politica può cancellare: i bambini non scelgono le guerre, ma sono quasi sempre i primi a morirne o a esserne segnati per sempre.

Il rischio più grande, di fronte a immagini e numeri che ormai si ripetono da mesi e da anni, è l’assuefazione: la sensazione che, dopotutto, sia “sempre la stessa notizia”. Ma dietro ogni bollettino c’è un bambino con un nome, una famiglia, un futuro che poteva essere diverso. La piscina di plastica costruita tra le macerie di Gaza non è solo un’immagine commovente: è un atto d’accusa silenzioso contro tutti i conflitti che, in ogni angolo del pianeta, continuano a sottrarre ai più piccoli il diritto elementare di essere bambini. Tenere gli occhi aperti su queste storie, informarsi, sostenere chi lavora sul campo per proteggere l’infanzia nelle zone di guerra: sono i pochi strumenti concreti che restano a chi guarda da lontano, ma che non vuole restare indifferente.

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