Per quasi cinquecento anni, di Andrea Palladio non si è saputo che aspetto avesse davvero. L’architetto che più di ogni altro ha plasmato il modo occidentale di costruire non ha lasciato un ritratto sicuro della propria epoca, e la sua immagine è rimasta a lungo un mistero irrisolto. Solo qualche anno fa, grazie a una mostra del Palladio Museum di Vicenza, quel mistero si è finalmente chiarito, con una traccia arrivata da molto lontano, fin dentro le collezioni russe di età sovietica. Vale la pena raccontarla, perché apre la strada a un’altra storia, molto più vicina: quella custodita silenziosamente nella nostra Biblioteca Comunale, che conserva una delle non più di trenta copie superstiti in Italia della prima grande opera a stampa firmata da Palladio in persona.
Il mistero del volto
Nessun ritratto cinquecentesco certo di Palladio è mai arrivato fino a noi. Giorgio Vasari, nelle sue celebri Vite, ricorda che ne erano esistiti almeno due: uno dipinto dal veronese Orlando Flacco, l’altro attribuito al Tintoretto e segnalato in un inventario di fine Cinquecento. Di entrambi, per secoli, si erano perse le tracce, tanto che nel Settecento gli editori inglesi arrivarono a inventarsi un volto di fantasia per illustrare le prime traduzioni dei suoi trattati.
A risolvere l’enigma è stata una lunga indagine storico-artistica, condotta dal Palladio Museum di Vicenza, che ha permesso di rintracciare il ritratto dipinto da Flacco lungo un percorso sorprendente: dall’Italia fino a Mosca, dove era finito nella collezione di Ivan Zoltovskij, architetto sovietico che aveva fatto di Palladio un modello dichiarato per la nuova architettura di regime, convincendo della sua importanza perfino Lenin, Stalin e Chruščëv. Incrociando quella scoperta con un confronto fisionomico scientifico condotto insieme alla Polizia Scientifica, gli studiosi sono infine riusciti a restituire ad Andrea Palladio il proprio volto reale.

Il tesoro di Cava: l’edizione veneziana del 1581
Se il volto di Palladio è tornato alla luce grazie a un dipinto ritrovato in Russia, le sue idee sono invece arrivate fino a noi attraverso i libri, e Cava de’ Tirreni ne conserva una testimonianza di straordinario valore. Nel fondo antico della Biblioteca Comunale “Can. Aniello Avallone” è custodita un’edizione del 1581 de I Quattro Libri dell’Architettura, stampata a Venezia da Bartolomeo Carampello: la seconda edizione a stampa dell’opera che, pubblicata per la prima volta nel 1570, avrebbe dato origine a quello che ancora oggi viene chiamato “palladianesimo”.
Non è un volume qualsiasi. Secondo il censimento delle edizioni italiane del Cinquecento promosso dall’ICCU, questa edizione è oggi presente in appena una trentina di biblioteche italiane. Lo storico dell’architettura Howard Burns l’ha definita, in sostanza, la pubblicazione illustrata di architettura più preziosa mai realizzata fino a quel momento, per la qualità delle incisioni silografiche disegnate dallo stesso Palladio a corredo del testo.
La copia cavese, in particolare, ha anche una storia tutta locale: apparteneva in origine al tavolario cavese Giovan Bernardino Buongiorno, cui si deve il disegno della facciata della Chiesa del Santissimo Nome di Dio dell’Ospedale di Cava, e passò poi nelle mani di Vincenzo Meccia. Un libro, dunque, che non è mai stato un semplice oggetto da collezione, ma uno strumento di lavoro reale, passato di mano tra chi in città progettava e costruiva.
Un salvataggio da manuale: il restauro
Un patrimonio simile, però, rischiava di andare perduto per sempre. Il volume era stato gravemente danneggiato dall’umidità: le pagine, bagnate e invase dalla muffa, erano ormai impossibili da sfogliare senza romperle. Il recupero, durato trenta giorni, è stato reso possibile da un intervento da 5.000 euro finanziato attraverso l’Art Bonus e il contributo di mecenati locali.
A occuparsene è stata la restauratrice Chiara Argentino, che ha scompattato le carte una a una, disinfettato il supporto, ricostruito le parti mancanti, rilegato il volume e recuperato la coperta originale. Il restauro si è svolto in diretta, negli spazi della stessa biblioteca, ed è diventato anche un’occasione didattica: le classi del liceo scientifico e del liceo classico di Cava de’ Tirreni hanno potuto assistere dal vivo alle fasi dell’intervento, osservando da vicino un lavoro che unisce competenza chimica, manualità artigiana e conoscenza storica.

I quatro libri dell Architectura
Un’eredità che ha attraversato secoli e continenti
Le pagine custodite a Cava non raccontano soltanto una storia locale: descrivono i principi che, attraverso i secoli, hanno finito per dare forma anche ai luoghi simbolo di due continenti diversi. Negli Stati Uniti l’ammirazione per Palladio arrivò con Thomas Jefferson, che possedeva proprio un’edizione dei Quattro Libri e la chiamava la sua “Bibbia” architettonica: da quella lezione nacquero il Campidoglio di Washington e la Casa Bianca, tanto che nel 2010 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione ufficiale che riconosce Andrea Palladio come “padre dell’architettura americana”.
Quell’eredità, sorprendentemente, continua ad allargarsi ancora oggi. Nel 2026 due grandi mostre a Pechino, al Museo Nazionale della Cina e alla Tsinghua University, hanno messo per la prima volta in dialogo diretto l’architettura palladiana con quella cinese contemporanea, accostando le ville venete ai paesaggi e agli edifici della Cina di oggi. Il linguaggio codificato in un trattato del Cinquecento – la cui edizione del 1581 riposa proprio nella Biblioteca Avallone – resta, a distanza di cinquecento anni, un riferimento condiviso in tutto il mondo.
Perché possedere questo libro è importante per Cava
Il volto di Palladio, ritrovato dopo secoli in una collezione moscovita, ci ricorda quanto sia fragile e insieme quanto sia importante la memoria materiale del passato: basta che un dipinto cambi proprietario, attraversi un continente, finisca dimenticato in un archivio, perché un’intera epoca rischi di restare senza volto. Lo stesso vale, in scala diversa, per i libri. Se oggi possiamo dire con certezza come pensava e come disegnava Andrea Palladio, è anche perché copie come quella cavese hanno attraversato quattro secoli e mezzo di storia arrivando, sia pure danneggiate, fino a noi.
Custodire nella Biblioteca Avallone un’edizione originale del 1581 dei Quattro Libri significa avere a Cava de’ Tirreni un pezzo autentico e tangibile del pensiero architettonico rinascimentale: non una riproduzione o un facsimile, ma l’oggetto fisico che il tavolario cavese Giovan Bernardino Buongiorno tenne davvero tra le mani, consultandolo mentre disegnava la facciata della Chiesa del Santissimo Nome di Dio. È un patrimonio che appartiene alla comunità, salvato grazie a un investimento condiviso tra Art Bonus e cittadini, e che resta accessibile e visitabile: un ponte diretto, fatto di carta e inchiostro, tra chi a Cava studiava Palladio per costruire, nel Cinquecento, e chi ancora oggi cammina per le sue strade.
Fonte: Rotary Club Cava de’ Tirreni; Art Bonus – Comune di Cava de’ Tirreni; Palladio Museum di Vicenza; Ansa.
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