Cava e la rivolta di Masaniello del 1647

4 Gen,2026 | Blog

Nell’estate del 1647, mentre Napoli bruciava sotto la rivolta di Masaniello, anche Cava de’ Tirreni viveva giorni di fuoco e trasformazione. Ma la nostra città non fu una semplice eco della ribellione napoletana: fu protagonista di un movimento con caratteristiche proprie e legami profondi con i leader della sommossa partenopea.

Una città ricca ma divisa

Nel 1647, Cava era tra le prime dieci città del Regno di Napoli, con circa 15.000 abitanti. La sua ricchezza derivava dall’industria tessile e dal commercio, ma il tesoro più prezioso era la demanialità: appartenere direttamente alla Corona garantiva privilegi fiscali e libertà commerciali. La fedeltà alla monarchia spagnola era assoluta.

Dietro questa facciata di unità si nascondevano però profonde divisioni. Il potere era concentrato nelle mani di poche famiglie patrizie che da decenni controllavano tutte le cariche amministrative. Altre famiglie, pur ricche e influenti, rimanevano escluse dalla politica. Una situazione esplosiva.

I cavesi a Napoli: Giulio Genoino

Quando il 7 luglio 1647 Masaniello guidò la rivolta a Napoli, Cava non poteva rimanere indifferente. Il più importante protagonista della ribellione era proprio cavese: Giulio Genoino, nato a Cava nel 1567 da una famiglia di setaioli. Questo giurista e sacerdote era stato il mentore di Masaniello, la mente dietro la rivolta. Aveva già tentato riforme nel 1619-1620, pagando con 17 anni di prigione.

Insieme a lui c’erano altri cavesi come Francesco Scacciaventi e Marco Vitale, segretario di Masaniello. Tutti mantenevano stretti legami con la città d’origine.

11 luglio: scoppia la rivolta a Cava

Quattro giorni dopo Napoli, l’11 luglio, anche il popolo cavese scese in piazza bruciando i documenti delle gabelle sul pesce e sui panni. Ma dietro la furia popolare c’era un piano preciso: le famiglie patrizie escluse dal potere orchestrarono la rivolta per cambiare gli equilibri locali. I veri protagonisti erano “dottori, notai e mercanti”.

I Capitoli del 15 luglio: la riforma

Il 15 luglio 1647, solo quattro giorni dopo i tumulti, il patriziato aveva già pronto un piano dettagliato. I “Capitoli” mostrano quanto la rivolta fosse preparata.

Le riforme principali:

  • Allargamento della rappresentanza: i deputati passarono da 40 a 66. Anche Cetara, il turbolento casale marinaro, ottenne 6 rappresentanti.
  • Epurazioni radicali: i nobili di cappa e spada furono esclusi per 60 anni. Chi aveva governato nei 15 anni precedenti venne bandito per 50 anni. Al loro posto entrarono “solamente Dottori, Notari, Mercanti”.
  • Rotazione del potere: il sindaco eletto a turno tra i quattro distretti (Sant’Adiutore, Mitigliano, Corpo della Cava e Passiano).
  • Difesa della demanialità: ribadito il diritto di resistere “armata manu” a qualsiasi tentativo di vendita della città.

Una rivolta filospagnola

Il paradosso cavese: mentre a Napoli il movimento diventava antispagnolo (portando alla Repubblica nell’ottobre 1647), a Cava la rivolta rimaneva fedele al Re di Spagna. Il grido era “Viva il Re, morte al malgoverno”. I cavesi volevano riformare gli abusi locali, non rovesciare la monarchia.

Il ruolo della plebe

Nei giorni successivi emerse la frattura tra patriziato e plebe. Il patriziato aveva ottenuto la riforma del governo, ma la plebe aveva altre rivendicazioni. Cetara continuava con azioni autonome che preoccupavano i nuovi governanti, rischiando di trasformare la riforma “borghese” in vera sollevazione popolare.

L’epilogo e le conseguenze

Nel 1648 la rivolta napoletana fu soffocata, Genoino morì in esilio, e Cava dovette accettare il ritorno all’ordine. Ma qualcosa era cambiato: il monopolio delle vecchie famiglie era stato infranto e nuove dinastie si erano affacciate sulla scena politica.

La rivolta coinvolse le principali famiglie cavesi: i Formosa (speziali da Tramonti), gli Accarino (fondatori di una delle farmacie più antiche, ancora esistente), i Salsano (che diedero all’Italia la prima donna laureata in medicina), i Carleo (la cui farmacia conserva l’arredo antico).

Una lezione di storia

La vicenda ci mostra una Cava tutt’altro che provinciale, collegata con Napoli, capace di partecipare ai grandi eventi del Regno. Una città ricca, con un patriziato ambizioso e orgoglioso.

Non ci fu un Masaniello cavese, non ci furono eroi popolari. La rivolta fu condotta da notabili, una rivoluzione delle élite. Eppure mostrò la vitalità politica della nostra città e la capacità di perseguire i propri interessi nei momenti decisivi della storia.

Passeggiando per il Borgo, possiamo immaginare quei giorni di luglio 1647: il popolo che bruciava i registri delle gabelle, il patriziato che riscriveva le regole del potere. L’orgoglio per la propria città, la difesa dei diritti, la capacità di adattarsi senza perdere l’identità: questo è stato e continua a essere lo spirito di Cava de’ Tirreni.


Per approfondire questa affascinante pagina di storia cavese, si consiglia la lettura del saggio di Giuseppe Foscari “Stratificazioni e fazioni nobiliari: Cava nella rivolta del 1647” in “Governo della città e lotte politiche. Dal Viceregno Spagnolo al fascismo” (Cava de’ Tirreni, 1999).

Ascolta il podcast dell’articolo:

error: Il Contenuto è protetto!!