C’è qualcosa di magico nel rapporto tra un cane randagio e una città che decide di adottarlo. È una storia antica come il mondo, ma ogni volta che si ripete ha il potere di commuoverci e di farci riflettere su cosa significhi davvero appartenere a una comunità. A Cava, questa storia ha un nome: Ciro. Un cane di grossa taglia, senza pedigree ma con un cuore grande quanto i portici che per anni hanno fatto da cornice al suo vagabondaggio. Come tanti suoi simili, Ciro non aveva una casa nel senso tradizionale del termine, ma aveva qualcosa di più prezioso: l’affetto di un’intera città.
La storia di Ciro mi riporta inevitabilmente alla mente quella di Greyfriars Bobby, il leggendario Skye Terrier che ad Edimburgo nel XIX secolo conquistò il cuore di un’intera nazione. Bobby divenne famoso per aver vegliato per quattordici anni sulla tomba del suo padrone John Gray, un guardiano notturno della polizia cittadina, nel cimitero di Greyfriars Kirkyard.
Ma se guardiamo oltre la superficie delle due storie, scopriamo che il vero parallelismo non sta tanto nella fedeltà verso un singolo padrone – Ciro, dopotutto, non aveva un proprietario – quanto nella capacità di entrambi i cani di incarnare i valori più nobili di una comunità.
Bobby ebbe la fortuna di vivere in un’epoca in cui la sua storia divenne leggenda. Ciro ha avuto i suoi benefattori nei cavesi che giorno dopo giorno si sono presi cura di lui, compreso il titolare di un noto albergo cittadino che ha dimostrato come l’ospitalità cavese si estenda anche ai nostri amici a quattro zampe o una funzionaria comunale che si è prodigata affinchè venisse abolita in città la figura dell’accalappiacani, salvandolo dal canile.
Questa forma di adozione collettiva rappresenta qualcosa di profondamente umano: il riconoscimento che alcuni esseri, umani o animali che siano, appartengono a un luogo non per diritto di proprietà, ma per diritto di presenza. Ciro camminava per i portici di Cava non come un intruso, ma come un cittadino onorario, riconosciuto e rispettato da chi ogni giorno condivideva con lui quegli spazi urbani.
Sia Bobby che Ciro sono diventati, ciascuno nel proprio contesto, simboli viventi di valori che trascendono la loro natura canina. Bobby rappresentava la fedeltà oltre la morte, l’attaccamento indissolubile, la capacità di amare senza aspettarsi nulla in cambio. Ciro, con il suo vagabondaggio dignitoso e la sua presenza discreta ma costante, incarnava forse qualcosa di diverso ma altrettanto prezioso: la resilienza, l’adattabilità, la capacità di trovare una famiglia anche quando il destino non te ne ha donata una.
Mentre Bobby ha la sua statua di bronzo che ancora oggi attira migliaia di visitatori nel cuore di Edimburgo, l’eredità di Ciro vive in modo diverso ma non meno significativo. Vive nei ricordi di chi lo ha incontrato camminando sotto i portici, nell’affetto di chi lo ha curato o gli ha offerto cibo e riparo, nella lezione silenziosa ma potente che ha impartito a tutti noi: che l’appartenenza non si misura con i documenti o i pedigree, ma con la capacità di diventare parte del tessuto sociale di una comunità.
Ciro ci ha insegnato che a volte sono proprio gli ultimi, quelli che la società formale non riconosce, a diventare i custodi più autentici dell’anima di un luogo. Come Bobby vegliava sulla memoria del suo padrone, Ciro ha vegliato, senza saperlo, sui valori di solidarietà e accoglienza che rendono Cava de’ Tirreni non solo una città bellissima, ma anche una comunità dal cuore grande.
La storia di Ciro, come quella di Bobby prima di lui, ci ricorda che l’amore più puro è quello che non chiede nulla in cambio, che non conosce confini di specie o di classe sociale. In un mondo che spesso sembra aver perso il senso della comunità, storie come quelle di Ciro e Bobby ci restituiscono la speranza. Ci ricordano che l’umanità si misura non solo nei grandi gesti, ma anche e soprattutto nella capacità di prendersi cura di chi ha bisogno, di riconoscere la dignità in ogni essere vivente, di costruire una società dove ci sia posto per tutti.
Ciro non sarà mai famoso come Greyfriars Bobby, non avrà statue né libri dedicati alla sua memoria. Ma nel cuore di chi lo ha conosciuto e amato, la sua eredità continua a vivere, testimonianza silenziosa ma eloquente di quanto sia importante, per una comunità, saper riconoscere e custodire i propri tesori. Anche quando camminano stancamente su quattro zampe e non hanno pedigree.