Una grande tela a olio, un roseto in fiore al centro della scena, bambini che giocano tra loro e con gli animali, alberi dalle gemme appena aperte e un cielo attraversato da nuvole ora dense, ora sfilacciate. È la «Primavera» di Filippo Palizzi, datata 1868 e oggi custodita nelle collezioni della Fondazione Cariplo, esposta alle Gallerie d’Italia di Milano. Un dipinto che, a prima vista, potrebbe appartenere a qualunque angolo di campagna meridionale. Eppure gli studiosi ritengono che dietro quella luce e quel paesaggio ci sia anche un po’ di casa nostra: la campagna di Cava de’ Tirreni.

Un pittore all’apice della maturità
Filippo Palizzi, nato a Vasto nel 1818 e morto a Napoli nel 1899, è considerato uno dei maggiori interpreti del realismo ottocentesco italiano e uno dei protagonisti della pittura meridionale della seconda metà del secolo. La «Primavera» nasce in un momento speciale della sua carriera: appena un anno prima, nel 1867, aveva ottenuto un grande successo all’Esposizione Universale di Parigi con Dopo il Diluvio, opera oggi conservata al Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli.

Il Diluvio di Palizzi
Millet, le stagioni e un’allegoria in chiave rurale
Tra i grandi nomi di Barbizon c’era Jean-François Millet, che dedicò al tema delle stagioni una serie di opere; una di esse, Le Printemps, si può ammirare a Parigi al Musée d’Orsay. Palizzi affronta lo stesso soggetto allegorico, ma lo traduce in un linguaggio tutto suo, ambientandolo in una scena rurale piena di vita. La primavera non è rappresentata da una figura simbolica, bensì da un risveglio collettivo: i gruppi di bambini che giocano insieme e con gli animali alludono al ridestarsi della natura ai primi tepori della stagione.

Dentro il quadro: i dettagli da guardare
Il pregio della tela sta nella sua complessità narrativa. Palizzi non costruisce un’unica scena, ma una serie di piccoli episodi che si intrecciano nell’ampio scenario del paesaggio, il cui centro ideale è un roseto in fiore. L’occhio passa da un gruppo all’altro, come chi cammini in un prato e scopra, passo dopo passo, nuovi particolari.

La pennellata è libera, attenta agli effetti della luce, e arriva a fissare i minimi dettagli: i colori freschi e brillanti degli alberi in gemma, le sfumature delicate del cielo, le nuvole ora spesse ora leggere. Il soggetto delle stagioni e dei bambini che giocano ritorna in altre opere dell’artista: in un’altra Primavera, già nella Collezione Mancusi, con un pastore e il suo gregge, e nei Monelli che inseguono un asino (1872), conservato alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Ma la tela milanese, osservano gli studiosi, li supera per ricchezza di composizione. Palizzi, in seguito, abbandonerà questi grandi paesaggi dall’esecuzione tanto minuziosa quanto faticosa, per dedicarsi a scene di carattere più intimo.
Cava: la campagna dove Palizzi dipingeva dal vero
E qui entra in gioco la nostra città. La scheda della Fondazione Cariplo precisa che l’ambientazione rurale della «Primavera» è probabilmente ispirata alla campagna di Cava de’ Tirreni, dove l’artista era solito dipingere dal vero. Non è un’ipotesi campata in aria: la ricca vegetazione, i declivi, i boschi di querce e le piccole radure della Valle Metelliana offrivano a un pittore interessato alla luce e alla natura un laboratorio all’aperto di rara varietà.
Del resto Cava attirava i pittori da molto tempo. Già nel Sette e nell’Ottocento la cittadina, adagiata sulle colline lungo la strada tra Nocera e Salerno, era meta di artisti che lavoravano nell’area napoletana, affascinati dai suoi scorci, dal ponte di San Francesco e dalla vista della Badia benedettina. Palizzi si inserisce dunque in una tradizione di sguardi illustri, ma vi porta qualcosa di nuovo: non il paesaggio come quinta pittoresca, bensì la natura osservata con onestà, studiata nelle sue stagioni, nelle sue ore, nei suoi umori.
Le tracce di quei soggiorni sono ancora oggi visibili nei cataloghi dei musei. Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma si conservano, per esempio, due dipinti del 1864 che riportano espressamente il nome di Cava nel titolo: un Paesaggio con terreno in pendio, querce sullo sfondo e contadina seduta in primo piano e il piccolo Dopo la pioggia, uno stagno d’acqua torbida. Anche nel Museo Civico di Palazzo d’Avalos a Vasto, città natale del pittore, si trovano vedute cavesi: Alberi a Cava dei Tirreni e Bosco a Cava dei Tirreni, schedate nel catalogo generale come opere del fratello Nicola Palizzi, a dimostrazione che il richiamo della nostra campagna investì l’intera famiglia di artisti. Nel 2018, infine, la grande mostra Dopo il Diluvio. Filippo Palizzi, la natura e le arti, allestita a Vasto per il bicentenario della nascita, ha dedicato una sezione proprio ai soggiorni di Palizzi a Cava de’ Tirreni, accanto agli esordi a Vasto, alla formazione a Napoli, ai viaggi nel Nord Europa e al dialogo con Parigi.
Dalla Valle Metelliana al mondo
C’è, dunque, un filo che parte dalle nostre colline e attraversa l’Europa. Palizzi imparò a guardare la natura dal vero anche tra i campi e i boschi cavesi, ne trasse la libertà della pennellata e la sensibilità alla luce, e portò questo sguardo a Parigi, dove nel 1867 la sua pittura fu apprezzata a livello internazionale. Il suo esempio, insieme a quello di altri artisti, contribuì a orientare verso la pittura all’aperto i giovani pittori napoletani, tra cui il gruppo della cosiddetta Scuola di Resina, di cui Palizzi fu un riferimento.
Oggi la «Primavera» compie un ultimo viaggio, quello digitale: la tela milanese è consultabile in alta definizione sulla piattaforma Google Arts & Culture, accessibile da qualsiasi parte del mondo. Chiunque, dall’Italia o dall’altra parte del pianeta, può avvicinarsi allo zoom e perdersi nel roseto in fiore, tra i bambini e gli animali. E forse, senza saperlo, sta guardando un pezzetto della primavera di Cava de’ Tirreni.
Fonti e note: scheda dell’opera «Spring» di Filippo Palizzi (1868, olio su tela, cm 108,5 x 83,5, firmato e datato; Fondazione Cariplo, Milano, Gallerie d’Italia) su Google Arts & Culture; scheda «Paesaggio con lago, animali e figure – Dopo la pioggia, uno stagno d’acqua torbida (Cava)», Fondazione Zeri / Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; schede del Catalogo Generale dei Beni Culturali (ICCD) sulle opere della collezione Palizzi, Museo Civico di Vasto; presentazioni della mostra «Dopo il Diluvio. Filippo Palizzi, la natura e le arti» (Vasto, Palazzo d’Avalos, 2018). L’attribuzione dell’ambientazione alla campagna di Cava è indicata come probabile dalla scheda dell’opera.
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