Il Carnevale nella tradizione cavese

6 Feb,2026 | Le Tradizioni

Fra tre giorni esattamente, il Carnevale raggiungerà il suo culmine. Così si leggeva in un vecchio articolo del 1960 deIl Castello di MImi Apicella , quando questa festa era ancora legata alle tradizioni rurali della nostra città. Una volta c’erano coriandoli, trombette e maschere davvero buffe. Ma oggi non più.

Il Carnevale a Cava de’ Tirreni è cambiato parecchio nel corso dei decenni. Oggi lo viviamo con sfilate moderne e animazione per bambini, ma le sue radici affondano in un folklore contadino sentito e in una tradizione teatrale particolare.

La Farsa Cavajola: le origini teatrali

A Cava è nata una delle forme più antiche di teatro popolare: la farsa cavajola. I farsajoli recitavano battute e scenette comiche alla maniera dei saltimbanchi durante il Capodanno e il Carnevale.Di questa tradizione parlano molti testi di teatro e letteratura, ma della tradizione orale è rimasto poco.

I cavesi avevano creato un personaggio buffo che si esibiva non solo a Cava, ma anche a Napoli, Salerno e in tutta Italia. Giovan Battista Di Pino scriveva che “le commedie che si fanno nel Carnasciale senza un personaggio che rappresenti alcuni di questi de la Cava, han sapore di rancido”. Insomma, i nostri farsajoli erano molto richiesti.

Le battute dei farsajoli non sempre rendevano onore ai cavesi. Però, mentre la satira consolidava la loro cattiva fama, lasciava ai posteri testimonianze preziose sulle arti, le tradizioni e la storia dell’Università della Cava.

Il Carnevale delle frazioni: Sant’Anna e la Vicchiarella

L’ultimo carnevale cavese simile a quello antico è stato documentato a Santa Anna nel 1975 con il gruppo “A Vicchiarella”. Il Carnevale cavese iniziava, come in tutta la Campania, il 17 gennaio, festa di Santo Antonio Abate, con le “vampe” su cui un tempo si bruciava la vecchia. Da quel momento “‘o masto ‘e festa” organizzava la squadra, che doveva contare almeno cinquanta persone.

L’ultima domenica di Carnevale e il martedì grasso la squadra scendeva al Borgo, faceva sosta in Piazza Duomo e in Piazza San Francesco, sfilava lungo i portici chiedendo “‘nferte e veveraggi” (offerte e bevande). Era un carnevale contadino, semplice, fatto “per fantasia”.

Il corteo delle maschere

Il corteo seguiva un ordine preciso.

Apriva ‘o masto in abito nero, giacca a code con bottoni d’oro, cilindro, ghette e bastone con un pomo colorato con cui dava il tempo.

Seguivano Pulcinella con doppia gobba e il coppolone pieno di nastri colorati; la Vecchia del Carnevale, un uomo che portava un fantoccio di donna che sembrava uscirgli dalla pancia gonfia, simbolo della fertilità; il nobiluomo, vestito in modo ridicolo per prendere in giro i privilegi dei potenti.

Tre gruppi rappresentavano i lavoratori: contadini, caprai e popolane. Alcune maschere dall’aspetto brutto portavano al collo collane d’aglio che, secondo la tradizione, allontanavano i malefici.

C’erano poi i bambini portati in trionfo, i macchiettisti che recitavano battute spinte, il monacone che rappresentava il potere della chiesa e veniva preso in giro e bastonato, la monaca che in una scenetta buffa finiva per accoppiarsi con Pulcinella, la quaresima presa in giro come “quaresima secca a panzuta“, simbolo del periodo di abbuffate e di digiuno.

Il posto d’onore andava agli sposi che rappresentavano la famiglia, l’unico elemento positivo. Chiudevano il corteo la morte con la falce, i fantasmi, i diavoli, la Zeza e infine la banda e i tammurrari.

Il significato della maschera

Mascherarsi voleva dire diventare un altro sia fisicamente che psicologicamente, entrare in una dimensione altrimenti impossibile. La maschera dava molte libertà: diritto di ricevere offerte, libertà di parola e di azione, libertà di scegliersi un compagno. La libertà di parola permetteva di dire cose che altrimenti sarebbero state impossibili. Per questo le maschere servivano a protestare. Pulcinella, per esempio, è diventato il portavoce del popolo presso il governo.

L’inevitabile modernità

E così, come raccontava quel giornale del 1960, anche ai nostri tempi ci tocca assistere all’inevitabile orgia di manganelli di gomma, palle di segatura, pietre e spruzzatori di talco pieni di farina. Col tempo la festa si è spostata dalle campagne al centro storico. Il Borgo Scacciaventi è diventato il cuore della festa, con le sfilate dei carri che creano un contrasto particolare tra l’architettura medievale e i colori del Carnevale. I gruppi delle frazioni continuano a organizzare i propri temi con costumi fatti a mano e balli che animano Piazza Duomo.

I sapori della tradizione

A Cava il Carnevale finisce sempre con grandi mangiate. Protagonisti sono i maiali e i loro derivati: la lasagna napoletana con ricotta, polpettine, uova sode e ragù cotto per ore; il migliaccio, un dolce povero con semolino e ricotta; le chiacchiere e il sanguinaccio, una crema fatta un tempo con sangue di maiale (oggi solo cacao) che ricorda i sacrifici pagani.

Lo spirito cavese: ironia e satira

Il Carnevale a Cava è sempre stato caratterizzato da un’ironia pungente. Le maschere servivano a fare satira sui potenti della città o sui piccoli scandali locali, mantenendo vivo quello spirito critico ma festoso tipico della valle metelliana. Oggi, anche nelle sue forme moderne, il Carnevale cavese conserva questa doppia anima: da un lato l’allegria semplice delle tradizioni popolari, dall’altro quella vena di irriverenza che ci rende unici. Un equilibrio delicato tra passato e presente che continua a vivere nelle strade della nostra Cava de’ Tirreni.

Notizie tratte da “Il Castello” e da articolo di Elvira Coppola Amabile

Ascolta il podcast dell’articolo:

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