Ci sono storie che spesso sembrano uscite da un romanzo. Era il 1962 quando il commendator Carmine Giordano, direttore della Biblioteca, si trovò alle prese con un paziente lavoro di riordino. Sotto un mucchio di vecchi giornali già destinati al macero giacevano misteriose pagine greche su pergamena, scurite dall’ossidazione degli inchiostri. Giordano avvertì la Soprintendenza ai Beni Librari: fu presto chiaro che si trattava di un rarissimo codice medievale di tradizione crisostomica — un manoscritto che tramanda testi di San Giovanni Crisostomo. La notizia finì persino al TG2. Il volume fu subito inviato al laboratorio di restauro della Badia di Grottaferrata, il celebre monastero laziale fondato da San Nilo da Rossano nel 1004, centro di eccellenza per il restauro dei codici antichi, dove fu consolidato prima di fare ritorno a Cava.
Che cos’è un codice su pergamena?
Un codice (dal latino codex) è un libro manoscritto con fogli rilegati. La pergamena è il supporto scrittorio: pelle animale accuratamente preparata, materiale per eccellenza prima della carta, capace di durare secoli. Il termine crisostomico indica tutto ciò che riguarda San Giovanni Crisostomo (347-407 d.C.), Arcivescovo di Costantinopoli e Dottore della Chiesa d’Oriente, celebre per le sue omelie — prediche di commento alle Scritture. “Crisostomo” significa letteralmente “bocca d’oro”, soprannome dovuto alla sua straordinaria eloquenza.
La descrizione del manoscritto: un documento dell’XI secolo
Il Codice Greco Avallone è datato all’XI secolo e contiene omelie di San Giovanni Crisostomo in greco, con caratteri tipici della scrittura minuscola medievale italo-meridionale. L’assenza di decorazioni in oro e alcuni tratti paleografici indicano una provenienza provinciale occidentale: il libro fu quasi certamente copiato in un monastero dell’Italia meridionale per uso liturgico interno. Grazie allo studioso E. Robert Carter, è stato inserito nel quinto volume dei Codices Chrysostomici Graeci (1983), il censimento mondiale dei codici crisostomici, collocando il manoscritto cavese nel panorama della tradizione greca a livello europeo e internazionale.
Da dove viene?
Come è arrivato il codice a Cava? L’ipotesi che appartenesse alla collezione del canonico Aniello Avallone (1819-1903) è stata messa in discussione: mancano il timbro del fondo e una collocazione inventariale precisa, ed è difficile immaginare che un bibliofilo attento avrebbe trascurato un pezzo tanto raro. È più probabile che provenisse dal fondo originario della Biblioteca Municipale, gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1943 che distrussero circa 32.000 volumi. Solo 3.247 ne furono salvati, e il materiale superstite rimase per anni accatastato alla rinfusa — contesto in cui il codice rischiò di perdersi definitivamente. Per la provenienza originaria, lo studioso Eugenio Amato indica come probabile scenario una delle comunità monastiche greche medievali attive nei dintorni di Cava, nella zona di Vietri sul Mare (“Sgarrupa”) e nel distretto di San Pietro a Siepi: monaci basiliani di rito greco che copiavano e custodivano testi greci, da cui il codice potrebbe poi essere confluito nel patrimonio librario cittadino.
I monaci greci nel territorio di Cava: un contesto storico
Il territorio cavese non era estraneo alla cultura greco-bizantina. Già nella seconda metà del X secolo era attivo a Gallocanta un cenobio basiliano fondato dal monaco Marino, che officiava ancora secondo il rito greco nel 1065. Questa presenza si inserisce nel più ampio fenomeno del monachesimo italo-greco, che tra il X e il XII secolo conobbe il suo periodo aureo nell’Italia meridionale. Questi monaci erano copisti e custodi del sapere: conservavano e ricopiavano testi liturgici e classici, garantendo la trasmissione della cultura greca in Occidente. Come ha documentato lo studioso Robert Devreesse, la Campania era uno dei centri di copia dell’Italia meridionale tra il X e l’XI secolo, e nella stessa area di Cava vi è traccia di altri frammenti pergamenacei di tradizione greca.
La valorizzazione pubblica
Nel 1984 il manoscritto è stato esposto alla mostra Il libro nel tempo, poi presentato agli studenti nell’iniziativa Incontri con scuole. Nel 1997 il Comune di Cava ne ha curato la pubblicazione scientifica, affidando allo studioso dott. Eugenio Amato un’edizione completa con trascrizione e ricostruzione storica. Come scrisse il Sindaco Raffaele Fiorillo, il codice era già noto ai grandi studiosi d’Europa e d’America: il desiderio dell’Amministrazione era che fosse soprattutto Cava a conoscerlo e ad apprezzarlo nel suo immenso valore storico-culturale.
Il significato del Codice Greco: tre livelli di lettura
Per comprendere appieno il valore di questo manoscritto, è utile considerarlo su tre piani distinti ma complementari.
Sul piano storico-culturale, il Codice Greco Avallone è la prova materiale che il territorio di Cava de’ Tirreni non era, nel Medioevo, una periferia culturale isolata. Al contrario, era inserito in una rete viva di scambi tra Oriente e Occidente, animata dai monasteri basiliani e dalla vicinanza ai grandi centri della Campania medievale — Salerno, Amalfi, la Badia della Trinità. Un testo greco prodotto o circolante in questa zona nell’XI secolo attesta una presenza attiva della cultura ellenistica cristiana nel territorio metelliano, in un’epoca in cui la maggior parte dei documenti scritti locali erano in latino. Per Cava, possedere un tale codice significa custodire un tassello concreto della propria storia più profonda.
Sul piano del contenuto, il manoscritto tramanda le omelie di San Giovanni Crisostomo, testi di straordinaria importanza nella tradizione cristiana orientale. Le omelie crisostomiche sono commenti alle lettere di San Paolo e ai Vangeli, composti tra la fine del IV e l’inizio del V secolo: non semplici prediche, ma veri e propri trattati di teologia morale, ricchi di riferimenti alla vita quotidiana dell’epoca, alle ingiustizie sociali, alla responsabilità del cristiano nel mondo. Erano testi vivi, letti e meditati nelle liturgie monastiche: il codice di Cava non era dunque un oggetto ornamentale, ma un libro d’uso, consumato dalla preghiera e dallo studio.
Sul piano paleografico e filologico — cioè della scienza che studia le scritture antiche e la trasmissione dei testi — il codice riveste un interesse specifico per gli studiosi internazionali. Ogni manoscritto medievale è un testimone unico di come un testo antico sia stato copiato, trasmesso e talvolta modificato nel corso dei secoli. Il codice cavese, con le sue caratteristiche grafiche di area italo-meridionale, contribuisce a ricostruire la storia della trasmissione delle opere di Crisostomo nell’Italia del Sud, un territorio ancora poco esplorato dalla ricerca. La sua inclusione nei Codices Chrysostomici Graeci significa che ogni studioso che lavori sulle omelie di Crisostomo nel mondo deve oggi tenere conto anche del codice di Cava de’ Tirreni.
Un patrimonio di tutti
Il Codice Greco Avallone, conservato oggi in viale Marconi, è il documento scritto più antico del territorio cavese e una testimonianza concreta dei legami medievali della città con il mondo greco-bizantino. Un frammento di cultura sopravvissuto per mille anni — agli inchiostri che sbiadiscono, all’umidità, alla guerra, al macero — custodito a pochi passi dal centro. La sua storia ricorda che il patrimonio culturale è spesso nascosto in un mucchio di vecchi giornali, in attesa di qualcuno abbastanza attento da riconoscerne il valore.
Fonti e riferimenti
Eugenio Amato, Il Codice Greco della Biblioteca Comunale Canonico Aniello Avallone, Comune di Cava de’ Tirreni, 1997. Biblioteca Comunale “Canonico Aniello Avallone”, in Guida alla Storia di Salerno e della sua Provincia, a cura di A. Leone – G. Vitolo, vol. III, Salerno 1982, p. 967. — R. Devreesse, Les manuscrits grecs de l’Italie méridionale, Città del Vaticano 1955. — Catalogo Bibliografico Campano, scheda Biblioteca Comunale Canonico Aniello Avallone di Cava de’ Tirreni, Regione Campania. — I Basiliani di Gallocanta: un tesoro perduto, tuttosucava.it.
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