Il mare a portata di tutti

23 Ago,2026 | Blog

Ci sono estati che si ricordano per un viaggio fatto, e altre che si ricordano per un rito ripetuto, identico ogni anno, eppure mai uguale a se stesso. Per molte famiglie cavesi degli anni Settanta l’estate era proprio questo: non una parentesi da programmare, ma una stagione che aveva le sue leggi non scritte, i suoi orari, i suoi profumi. Chi è nato in quegli anni, magari proprio qui, a due passi dalla costiera amalfitana, non farà fatica a ritrovarsi in questo racconto: forse è la storia di una famiglia qualunque. Forse, chissà, è un po’ anche la propria.

Tutto cominciava prestissimo, quando il caldo non si era ancora impadronito delle strade. Le famiglie si stipavano nella Fiat 500 o nella 600 di turno, con teli da mare, ombrellone,grossi borse e almeno un parente in più del previsto, e partivano verso il mare più vicino: chi scendeva verso Salerno o Pontecagnano, chi puntava sulla Costiera, verso Vietri, Maiori o Cetara. Per chi abitava nell’entroterra, come tante famiglie di Cava de’ Tirreni, quella discesa verso la costa aveva quasi il sapore di una spedizione, ripetuta magari ogni fine settimana con la stessa devozione con cui si va a messa.

Arrivati in spiaggia, non si sceglieva il posto: si tornava nel posto. Lo stesso tratto di sabbia, anno dopo anno, diventava territorio di famiglia quasi per diritto acquisito, e i vicini d’ombrellone erano sempre gli stessi, tanto che a fine luglio sembravano parenti. I “forestieri” arrivati da fuori, magari dal Nord Italia, venivano accolti con una naturalezza che oggi sorprende: bastava un’ora di chiacchiere sotto lo stesso ombrellone perché nascesse un’amicizia destinata a durare, nella migliore delle ipotesi, fino a settembre.

Ma il vero momento sacro della domenica era un altro: la pasta al forno portata da casa  o la pastiera di maccheroni. Le mamme si alzavano all’alba per prepararla mentre la casa dormiva ancora,  Verso le tredici la famiglia veniva richiamata all’ombrellone per il pranzo, e lì, seduti sulla sabbia con il piatto in grembo, si consumava quello che oggi chiameremmo un momento di comunità: nessuno restava escluso, e c’era sempre un piatto in più per l’amico appena conosciuto. Poi arrivava l’ordine tassativo dei genitori: aspettare la digestione prima di tornare in acqua, anche tre o quattro ore, un tempo che ai bambini sembrava eterno e che si riempiva inventando giochi con quello che si aveva a disposizione: la sabbia, i sassi, la fantasia.

A fine pomeriggio, la spiaggia si svuotava e il lungomare si riempiva. Le canzoni dell’estate uscivano dai primi jukebox dei bar e dalle radioline portatili, accompagnando passeggiate lente e sguardi timidi tra ragazzi che si erano conosciuti l’anno prima e speravano, in cuor loro, di ritrovarsi ancora. Non servivano grandi mezzi per essere felici: bastava un gelato e una canzone che tutti conoscevano a memoria.

C’era poi chi, tra queste famiglie, spingeva la meta ancora più in là, fino a Erchie. La nostra ad esempio…Eravamo all’epoca, cinque figli, quasi pigiati nella piccola Fiat 500 grigia di famiglia, quella col cambio a doppietta , la tecnica, comune sulle utilitarie di allora prive di sincronizzatori, che imponeva di premere la frizione due volte a ogni cambiata. Una manovra che pretendeva mani esperte, quelle di papà. Arrivati alla spiaggia più grande di Erchie, per raggiungere quella del Cauco,oggi raggiungibile solo via mare, bisognava attraversare un piccolo cunicolo scavato nella roccia, un passaggio stretto e buio che si affrontava con un misto di timore e spirito d’avventura, quasi un rito di passaggio prima ancora di toccare l’acqua. Là, o sotto la torre che tutti chiamavano “la Cerniola”, si consumava un altro piccolo rito, fatto di gesti minimi diventati poi ricordo indelebile. Il cocomero veniva calato da mio padre nell’acqua fresca di uno dei piccoli anfratti della costa, lasciato lì per ore ad aspettare che diventasse il dolce naturale di fine giornata. E poi c’erano i grandi asciugamani di una volta, pesanti e ruvidi, che servivano anche da spogliatoio di fortuna: si chiudeva l’ombrellone con un altro telo, a mo’ di cabina, e lì dentro, in equilibrio precario tra sabbia e vento, ci si cambiava il costume da bagno al riparo da sguardi altrui.

Da allora le vacanze italiane sono cambiate radicalmente: dai lunghi soggiorni di un tempo si è passati a brevi fughe nei weekend, spesso in luoghi diversi ogni anno, senza più quel senso di appartenenza a un posto e a una comunità di villeggianti. Eppure, chi ha vissuto quelle estati fatte di pastiera di maccheroni condivisa e di fette di anguria, ombrelloni sempre allo stesso posto e ore di attesa passate a inventare giochi, sa che la vera ricchezza di quei giorni non stava nel viaggio, ma nella semplicità con cui si stava insieme. Forse, in fondo, è proprio questo che oggi ci manca di più.

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