Il mare non ha passaporto

12 Lug,2026 | Blog

Ci sono mattine che sembrano uguali a tutte le altre, e poi, all’improvviso, una piccola scena minuscola ti resta dentro per il resto della giornata. È successo proprio così, qualche giorno fa, a una fermata del bus di Cava.

Ad aspettare la corriera c’era una famiglia peruviana: due donne e un bambino di circa quattro anni. Il piccolo teneva tra le mani dei giochini da mare di plastica colorata — quei secchielli, quelle pale, quelle formine che ogni bambino del mondo conosce a memoria. Non parlava, o forse parlava sottovoce, ma il suo viso diceva tutto: andavano al mare, e lui non riusciva a contenere la felicità.

Bastano pochi secondi, certe volte, per riconoscere qualcosa di vero. Negli occhi di quel bambino c’era la gioia più semplice e più antica che esista: la meraviglia di chi sta per vedere l’acqua, la sabbia, il mare. Una gioia identica a quella di qualsiasi altro bambino nato a Cava, a Vietri, a Salerno o in qualunque angolo del pianeta. Il mare, in quel momento, non apparteneva a nessuna bandiera. Era semplicemente il mare: una promessa di gioco, di libertà, di stupore.

Guardandolo, viene naturale pensare che la felicità dei bambini sia forse l’unica lingua davvero universale. Non ha bisogno di traduzioni, non chiede documenti, non si cura di dove sei nato. Chiede solo di essere vista, e quando capita, di essere lasciata libera di esistere.

Cavae tutta la costiera che la circonda hanno una storia fatta di incontri, scambi, arrivi e partenze. Il Mediterraneo, fin dall’antichità, è stato un luogo di passaggio: greci, romani, popoli arabi, mercanti amalfitani, comunità che si sono mescolate nei secoli lasciando tracce che ancora oggi si leggono nell’architettura, nei dialetti, nelle tradizioni di questa terra. Le nostre stesse radici culturali sono il risultato di mille incroci, non di un’identità isolata e immobile.

Pensare a quel bambino e ai suoi giochini colorati significa, in fondo, ricollegarsi a questa storia più grande: quella di un mare che da sempre ha accolto chi arriva, chi parte, chi torna. Un mare che non ha mai chiesto, prima di bagnare i piedi a qualcuno, da dove venisse.

Si parla spesso, nel dibattito pubblico, di flussi, numeri, percentuali, politiche da rivedere o da inasprire. È un confronto legittimo, e le politiche migratorie,  come ogni politica pubblica, possono e devono essere discusse, migliorate, ripensate con serietà. Ma in quella discussione, a volte, si perde di vista la cosa più semplice: dietro ogni numero c’è sempre una persona, una famiglia, un bambino con un secchiello in mano che non vede l’ora di arrivare al mare.

Forse il modo più onesto per affrontare temi complessi come questo è proprio partire da qui: non dimenticare mai che le categorie , cittadino, straniero, migrante, residente, sono costruzioni necessarie per organizzare una società, ma non devono mai farci dimenticare l’umanità che hanno davanti. Si può discutere di regole, di accoglienza, di integrazione, restando comunque capaci di commuoversi per la gioia di un bambino che sta per vedere il mare.

Eppure, nella vita quotidiana, capita ancora troppo spesso che alla vista di una famiglia straniera, in un autobus, in piazza, in un negozio, nel supermercato scatti in qualcuno una diffidenza istintiva, un giudizio rapido e sommario fondato unicamente sull’aspetto, sull’accento, sul colore della pelle. È questo il terreno in cui crescono il razzismo e il nazionalismo più deteriore: non sempre nelle grandi ideologie dichiarate, ma spesso nei piccoli riflessi condizionati del quotidiano, in un commento bisbigliato, in uno sguardo di fastidio, in un’ostilità silenziosa che non si giustifica con nulla di reale.

Il razzismo, in qualsiasi forma si presenti, è una semplificazione violenta della realtà: riduce una persona a una categoria, cancella la sua storia, la sua individualità, la sua umanità. Il nazionalismo esasperato, quello che vede nello straniero un nemico per definizione, tradisce paradossalmente la storia stessa delle nazioni: perché ogni popolo, compreso il nostro, è il risultato di migrazioni, incroci e contaminazioni che si perdono nella notte dei tempi. Nessuna identità è mai stata pura, isolata, impermeabile al mondo.

Quella mattina alla fermata del bus, nessuno di questi pensieri aveva senso. C’era solo un bambino con i suoi giochini colorati, e una gioia così limpida da rendere inutile qualsiasi altra considerazione. Basterebbe ricordarlo ogni volta che la paura o il pregiudizio cercano di prendere il sopravvento: uno sguardo aperto costa meno di quanto si creda, e restituisce infinitamente di più.

In quel sorriso, in fondo, c’era tutto: la semplicità della felicità vera e il ricordo di quanto sia importante non perdere mai lo sguardo capace di vederla.

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