L’Arcadia Cavota è un romanzo lirico pastorale composto da 12 egloghe in dialetto cavese, conservato nei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli. Poeta versatile e di facile vena creativa, Vincenzo Braca compose quest’opera quasi spontaneamente, senza pretese letterarie iniziali, ispirandosi alla famosa regione greca dell’Arcadia dove gli antichi pastori trovavano rifugio bucolico.
Ma Braca fece qualcosa di rivoluzionario: trasportò l’Arcadia a Cava, usando il sermo cavonensis, il dialetto parlato a Cava de’ Tirreni nel Seicento. I personaggi sono cavesi, gli scenari sono cavesi. Il poeta non risparmiò dal suo umorismo neppure il classico genere pastorale, creando un effetto straniante che mescolava la nobiltà del genere con la vivacità popolare del dialetto locale.
Verciello e Patroco: voci dal Seicento cavese
Tra le egloghe più significative troviamo la “Egloga Prima”, un dialogo tra due pastori, Varciello e Patroco, in terza rima:
“V. — Patroco mio pocchà si taci
e no suoni a zampogna e canti
e bivi a l’antecchia, e sì dessaro
Dimane o to manco perché pe le grapi
ne vai così penzuso e solitario”
In questi versi risuona la voce autentica della Cava seicentesca, con la sua musicalità e il suo linguaggio popolare elevato a dignità letteraria.
Amore per Cava, non satira
Per lungo tempo si è creduto che Braca nutrisse ostilità verso i cavesi, ma studi recenti hanno rivalutato completamente questa interpretazione. Come dimostrato dallo studioso Mario Lamberti, il poeta salernitano (che tra l’altro era di padre cavese) non odiò affatto Cava e i suoi abitanti, ma ne fu piuttosto il giocoso cantore.
Il fine di quest’opera non è una satira contro i cavesi, ma una naturale trasposizione del genere pastorale sul nostro territorio, anche perché il paesaggio cavese dell’epoca era molto simile a quello fantasioso dell’Arcadia classica. L’opera rappresenta quindi un’immagine affettuosa della città nel Seicento, vista attraverso lo specchio della letteratura pastorale.
Un tesoro ancora da scoprire
Purtroppo, a tutt’oggi, la maggior parte dell’opera di Vincenzo Braca è conservata ancora in forma manoscritta nei codici della Biblioteca Nazionale di Napoli. Le egloghe dell’Arcadia Cavota sono in tutto tredici e offrono interessanti spaccati della vita quotidiana a Cava nel Seicento: attività economiche, costumi, tradizioni e cultura popolare.
L’Arcadia Cavota rappresenta un momento capitale nella storia letteraria di Cava. Attraverso la fusione del genere pastorale con il dialetto cavoto, Braca ci ha lasciato un’immagine vivace della Cava seicentesca, dimostrando come la letteratura popolare potesse elevarsi a forme artistiche raffinate senza perdere il contatto con le proprie radici territoriali.
L’eredità di questo medico-poeta attende ancora una piena riscoperta.
Fonti: Manoscritti XIV.E-45 e IX.F-47, Biblioteca Nazionale di Napoli; Mario Lamberti, Vincenzo Braca e i cavoti (2017); Enciclopedia Treccani.