Tra gli articoli che mi hanno colpito di più su una rivista nazionale c’è quella dei telefoni del vento. Nascono in Giappone, dopo lo tsunami dell’11 marzo 2011, quando migliaia di persone avevano perso parenti e amici in un solo giorno. Un giardino a Ōtsuchi ospita da anni una vecchia cabina telefonica con un apparecchio che non è collegato a nessuna linea. Chi entra lì, solleva la cornetta, parla piano, scrive su un taccuino e poi resta in silenzio. Non sente risposte. Ma parla.
In Italia la prima cabina del vento è stata allestita a Capannoli, in provincia di Pisa, dal fotografo Marco Vanni, e il giornalista Riccardo Maccioni ha raccolto le testimonianze di chi l’ha frequentata nel suo libro Le cabine del vento. Quello che colpisce, leggendo quei messaggi scritti a mano su un quaderno, è quanto siano piccoli ma anche quanto siano pieni di ricordi ed emozioni. Molti raccontano una frase sbagliata detta in un momento di rabbia. Un ultimo incontro saltato per stanchezza o pigrizia. Una incomprensione che non è mai stata chiarita. Quasi tutti firmano, come a dire: io c’ero, e ti voglio ancora dire questo.
Oggi, che scrivo questo blog, è il 2 novembre e penso che la cabina e il cimitero siano due modi diversi di vivere il lutto, che hanno però qualcosa in comune: il silenzio. Un silenzio che chiede di essere rotto, e che si può riempire con una preghiera o con un ricordo. Un ricordo che, a volte, diventa anche un ringraziamento.
Riflettevo tra l’altro che ci sono frasi che portiamo dentro per anni senza mai pronunciarle. Non sono difficili, né lunghe. Sono anzi tra le più semplici che esistano: ti voglio bene. Eppure molti di noi, con il padre e con la madre non le hanno mai dette. Oppure le hanno dette una volta sola, di fretta, magari al telefono, prima di riattaccare.
Te ne accorgi quando non c’è più nessuno a cui dirle. Allora la frase resta lì, intera, come una cosa che avevi preparato e poi hai dimenticato in un cassetto.
Il rimorso non arriva mai quando serve. Arriva dopo, nel momento più sbagliato: davanti al piatto che cucinava nostra madre e che nessuno fa più, o quando si trova un biglietto scritto dal papa’ , con la sua calligrafia, nel fondo di un armadio o all’interno di una vecchia busta da lettera.
Diciamo a noi stessi che c’è tempo. Che lo sappiamo già, che non serve dirlo. Che un gesto, una telefonata, un pranzo insieme bastano a raccontare quanto li amiamo. È in parte vero. Ma le parole hanno un peso diverso, e un padre o una madre le aspettano, anche se non lo ammettono mai. Quando non le abbiamo dette, rimane una domanda che non trova risposta: li abbiamo amati abbastanza da farglielo sapere?
Forse la questione non è quanto li abbiamo amati. È se ci siamo concessi il rischio di sembrare fragili, di arrossire, di restare un attimo in imbarazzo davanti a loro.
Oggi si ricordano i morti. Molte famiglie vanno al cimitero, portano un fiore, sistemano una lapide, dicono una preghiera. È un gesto giusto Però ho pensato che quel giorno potrebbe servire anche a qualcosa di diverso. Chiamare chi c’è ancora. Dire ad un genitore, ad un figlio che gli vuoi bene, anche se ti sembra strano, anche se lui o lei sorridono e cambiano discorso. Dirlo in generale ad una persona cara, anche se risponde con un va bene e basta. Quel va bene spesso contiene tutto quello che non sa dire.
Le cabine del vento insegnano che il silenzio di chi se n’è andato si può riempire. Ma è ancora più bello poterlo riempire mentre le persone ci sono, quando possiamo ancora sentire la loro voce rispondere.
Forse non bisogna aspettare la cabina. Chiamare,o andare da loro, e dirlo. Ti voglio bene, mamma. Ti voglio bene, papà.