Pochi luoghi raccontano la storia di Cava de’ Tirreni quanto l’antico Ospedale di Santa Maria dell’Olmo. Fondato dalla confraternita laica del Santissimo Nome di Dio, questo straordinario istituto assistenziale fu per secoli il cuore della carità cittadina: un crocevia di potere, devozione e saperi medici che coinvolse le famiglie più influenti della città.
Le origini: dalla leggenda all’«Hospitale Novo»
Le radici dell’ospedale affondano nel XV secolo. Già attorno al 1428 esisteva, accanto alla cappella di Santa Maria della Pietà, un primo nucleo di ricovero per i bisognosi. La tradizione vuole che l’immagine sacra della Vergine fosse apparsa tra i rami di un olmo nella valle Metelliana, segnando per sempre il destino di quel luogo.
Nel 1482 fu posta la prima pietra della nuova chiesa dedicata alla Vergine dell’Olmo, alla presenza di San Francesco di Paola, di passaggio verso la Francia. Ma il grande salto avvenne a fine Cinquecento: il 17 aprile 1560 il consiglio cittadino decretò all’unanimità di provvedere all’ampliamento dell’ospedale per accogliere «li poveri peregrini», e nel 1595 presero avvio i lavori del nuovo edificio. I lavori si conclusero nel 1617, con il piano terreno destinato alla spezieria e il piano superiore alle corsie per gli infermi. Solo nel 1661, con la redazione dei Capitoli statutari, l’istituzione assunse la sua piena fisionomia.
Una missione aperta a tutti
I Capitoli del 1661 stabilivano qualcosa di straordinario per l’epoca: l’ospedale era tenuto ad accogliere «infermi cittadini e forestieri di ogni sorte d’infermità dell’uno e dell’altro sesso», senza discriminare per genere, provenienza o condizione sociale. La cura del corpo si intrecciava con quella dell’anima: i Padri Minimi, insediatisi nel convento attiguo dal 1582, assistevano spiritualmente i malati, somministravano i sacramenti e provvedevano alla sepoltura dei defunti nella loro chiesa.
Le grandi famiglie cavesi e il governo dell’ospedale
Il governo dell’istituzione era saldamente nelle mani delle élite cittadine. Tra i fondatori e i maggiori benefattori figuravano nomi che avrebbero segnato la vita di Cava per secoli: Genoino, Iovene, Franco, Tagliaferri, Vitale, Gagliardi, Orilia, De Marinis. La famiglia De Marinis guidò l’istituzione con ben sei governatori tra Sei e Settecento; non a caso cinque governatori ospedalieri ricoprirono anche la carica di sindaco della città.
I lasciti testamentari rivelano la profondità di questi legami. Il più cospicuo fu quello di Carlo Di Donato (1780), con un capitale di 1.200 ducati. La famiglia napoletana Galisio donò invece all’ospedale una vasta proprietà agricola alle porte di Napoli — le «padule di Santa Maria degli Angeli a Foria» — che fu poi parzialmente ceduta allo Stato per l’ampliamento dell’Albergo dei Poveri (1754) e infine aggregata al nascente Orto Botanico (1812).
Un’istituzione economicamente solida
Nel Settecento il Santa Maria dell’Olmo era diventato una vera e propria potenza economica. Il registro contabile del 1785 mostra introiti annui di oltre 2.000 ducati, derivanti da affitti, crediti, lasciti e titoli del debito pubblico di Cava e Salerno. L’ospedale prestava denaro a interesse come un vero e proprio banco. Le uscite erano destinate per il 43% al vitto, vestiario e farmaci per i degenti, e per il 12% alle retribuzioni del personale: rettore, medico fisico, chirurgo, barbiere-salassatore e infermieri. Tanta era l’attenzione alla qualità della vita dei ricoverati che a metà Seicento si spesero ben 260 ducati per acquistare a Napoli un apposito «ingegno da far maccheroni» in bronzo e rame.
La spezieria e il giardino dei semplici
Dal 1636 l’ospedale si dotò di una spezieria propria. La sua gestione fu affidata nel tempo a vere e proprie dinastie di farmacisti che si tramandarono il mestiere di padre in figlio. Per primi i Franco (fino al 1685), poi i Benincasa di Cetara (fino agli anni Venti del Settecento), infine i Salsano, che tennero la spezieria per oltre un secolo, fino al 1825.
Accanto alla spezieria c’era il «giardino dei semplici», un orto di erbe officinali — borragine, viole, malva, rose — curato dallo speziale stesso. I preparati spaziavano dalla tradizione medievale galenica agli sciroppi composti, fino alle novità del Nuovo Mondo: dal 1687 compare la china china (l’antenata del chinino), seguita dal balsamo peruviano, dalla salsapariglia e dall’ipecacoana.
L’epidemia del 1764
La prova più dura arrivò nella primavera del 1764, quando un’epidemia di tifo si abbatté su una popolazione già prostrata dalla carestia. I malati afflussero in massa dai territori provinciali. Il rettore Padre Tommaso Maria Fienca, stremato dall’assistenza continua, morì il 9 giugno di quello stesso anno. Il suo successore, Padre Francesco Antonio Scermino, avviò immediatamente una grande opera di sanificazione: stanze imbiancate con calce, pavimenti trattati con zolfo bruciato, materassi bruciati e coperte lavate. Scermino rimase al suo posto per oltre trent’anni, attraversando anche le tragiche giornate del 1799, fino alla morte nel 1800. La confraternita ne onorò la memoria con un ritratto esposto nell’ospedale.
Dall’Ottocento ai giorni nostri: da istituzione privata a presidio pubblico
Dopo la soppressione delle confraternite in epoca napoleonica e i successivi rivolgimenti dell’Ottocento, l’ospedale continuò la propria attività sotto la gestione del Comitato Cittadino di Carità, erede diretto della confraternita del Santissimo Nome di Dio e Santa Maria dell’Olmo. Per secoli era rimasto un’istituzione privata, retta dalle élite cittadine e sostenuta da lasciti e donazioni: una formula che aveva funzionato bene per quasi cinquecento anni.
La svolta arrivò nel 1930, quando l’ospedale assunse ufficialmente carattere pubblico, allineandosi al processo di statalizzazione della sanità in atto in tutta Italia. Il nome si arricchì dell’appellativo «Incoronata», diventando Ospedale Civile Santa Maria Incoronata dell’Olmo, denominazione tuttora in uso. Struttura antica e carica di storia, l’edificio richiese nel corso del Novecento diversi e importanti interventi di adeguamento: tra i più significativi quelli finanziati con la Legge n. 67/88, che portarono alla completa ristrutturazione del Pronto Soccorso e dell’Unità Operativa di Cardiologia e UTIC.
Con il Decreto Regionale n. 73 del 15 dicembre 2010, il presidio cavese fu annesso all’Azienda Ospedaliero Universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno, all’interno della quale opera oggi insieme agli ospedali Giovanni da Procida, Gaetano Fucito e Costa d’Amalfi. L’ospedale si trova in via De Marinis — un nome che non è un caso: è la stessa famiglia che per generazioni ne fu protagonista —, nel lato sud della città, nei pressi del Santuario di San Francesco, sulla Statale 18 che porta verso Vietri sul Mare.
Fonti: Francesco Villani, L’Ospedale di Santa Maria dell’Olmo e la città di Cava (secoli XVI–XVIII), Mediterranea – ricerche storiche, Anno XXI, Agosto 2024. SIUSA – Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. AOU OO.RR. San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, scheda plesso Santa Maria Incoronata dell’Olmo. Documentazione conservata presso la Biblioteca Comunale “Canonico Aniello Avallone” di Cava de’ Tirreni e l’Archivio di Stato di Salerno.