Matteo Della Corte (1875-1962)

6 Giu,2024 | I Personaggi

«Intorno alla figura di acuto ricercatore, segregato in una sua accigliata e pur simpatica epicurea solitudine di archeologo anacoreta, dimidiato tra le assidue ricognizioni nella città morta, fatta viva per lui, e le cure del suo orticello, è germogliata una vera e propria leggenda».

Così il professor Michele Grieco nel 1975 descriveva Matteo Della Corte, una delle personalità più affascinanti dell’archeologia italiana del Novecento.

Da Cava a Pompei

Nato a Cava de’ Tirreni il 13 ottobre 1875, Matteo Della Corte si laureò prima in Giurisprudenza (1901) e poi in Lettere (1911) all’Università di Napoli. Ma la sua vera passione era un’altra: Pompei.

Nel 1899, ancora studente, entrò a far parte della segreteria della fondazione di Bartolo Longo presso il Santuario della Madonna di Pompei. Fu l’inizio di un legame indissolubile: con il beato fondatore nacque un’amicizia profonda, tanto che Della Corte scelse di vivere a Pompei per tutta la vita.

Nel 1902 vinse il concorso per soprastante agli scavi. Ottenne in affitto dallo Stato una casa presso gli scavi che non abbandonò mai, vivendo letteralmente immerso nella città antica. La sua giornata era scandita tra ricerche archeologiche e le cure del suo orticello, incarnando quella figura di “archeologo anacoreta” che tanto colpiva i contemporanei.

Sessant’anni tra gli scavi

Per quasi sessant’anni Della Corte dedicò la sua vita a Pompei, dirigendo gli scavi per circa quarant’anni. Il suo lavoro fu straordinario: lesse e interpretò più di 4.000 iscrizioni e graffiti inediti, un patrimonio documentale che nessun altro archeologo possedeva.

Questa conoscenza diretta del terreno gli diede un vantaggio unico, ma gli causò anche qualche polemica con alcuni accademici che lo consideravano un autodidatta. Nonostante ciò, il suo lavoro acquisì fama internazionale e divenne membro di prestigiose istituzioni come l’Accademia dei Lincei, il Deutsches Archaeologisches Institut e l’Archaeological Institute of America.

Le grandi scoperte

La villa dove morì Augusto

Al Congresso di Studi Romani del 1933, Della Corte presentò una scoperta straordinaria. Attraverso i graffiti trovati a Pompei, identificò in località “La Starza” a Somma Vesuviana la villa dove morì l’imperatore Augusto. Poiché all’epoca Somma dipendeva da Nola, la scoperta confermava il racconto di Tacito secondo cui Augusto morì “apud Nolae” (presso Nola).

Il mistero del quadrato magico

La scoperta più celebre riguarda la presenza dei cristiani a Pompei prima dell’eruzione del 79 d.C. Della Corte trovò due esemplari del famoso crittogramma del Pater Noster, uno nella grande Palestra pubblica vicino all’Anfiteatro.

Il crittogramma è un quadrato magico che si legge uguale in tutte le direzioni:

ROTAS
OPERA
TENET
AREPO
SATOR

Tradotto significa: “Il seminatore (SATOR) sul suo carro (AREPO) dirige (TENET) con perizia (OPERA) le ruote (ROTAS)”. Il seminatore rappresenta Dio, il carro è il suo trono.

Con le venticinque lettere di questo quadrato si può comporre un altro schema dove due PATERNOSTER si incrociano, preceduti da A e seguiti da O (Alfa e Omega), simboli dell’inizio e della fine.

Libri per tutti

Della Corte non era solo un grande studioso, ma anche un divulgatore appassionato. I suoi libri “Case ed abitanti di Pompei” e “Amori e amanti di Pompei antica” ebbero enorme successo, permettendo a tutti di conoscere la vita quotidiana degli antichi pompeiani.

Come conferenziere era straordinario: sapeva far rivivere Pompei con le sue parole, incantando letteralmente il pubblico.

Nel 1941 venne chiamato a redigere un fascicolo del prestigioso Corpus Inscriptionum Latinarum, pubblicando circa 3.000 iscrizioni pompeiane. Per questo lavoro vinse nel 1956 il Premio Gronchi per l’archeologia.

Gli ultimi anni

Nel 1942, dopo il pensionamento, Della Corte ottenne la riassunzione e proseguì la collaborazione con il soprintendente Amedeo Maiuri. Nel 1945 fu sottoposto a procedimento di epurazione per la sua iscrizione al Partito Fascista, ma la sanzione fu minima: sospensione dello stipendio per un mese.

Messo definitivamente a riposo nel 1948, poté comunque continuare a vivere nella sua casa presso gli scavi e a seguire i lavori. Anche dopo gli ottant’anni continuò a studiare e a rivedere i suoi lavori.

L’eredità di un grande cavese

Matteo Della Corte morì a Pompei il 5 febbraio 1962, all’età di 86 anni. È sepolto nel cimitero di Pompei in un monumento inaugurato nel 1965, con un’epigrafe che recita:

“Il più pompeiano dei pompeianisti
In LX anni di ardua intensa opera tra gli Scavi
Tutti superò”

Cava de’ Tirreni non ha dimenticato il suo illustre concittadino. Una strada e una scuola – l’I.I.S. “Matteo Della Corte” – portano il suo nome. Fino a qualche anno fa , ogni anno, nel giorno anniversario della sua morte, gli studenti visitano il suo monumento funebre: senza parenti diretti, la memoria di Della Corte vive attraverso le nuove generazioni di cavesi.

Resta ancora oggi una delle massime autorità dell’archeologia pompeiana. Le sue ricerche hanno permesso di comprendere come nessun altro la vita quotidiana di Pompei. Più che una leggenda, ha lasciato un’eredità concreta che continua a parlare attraverso le migliaia di iscrizioni decifrate, i monumenti studiati, i libri scritti e quella Pompei che lui, più di chiunque altro, ha saputo far rivivere.

Le informazioni su Matteo Della Corte sono state raccolte da:

Documenti storici: Michele Grieco, “I giorni e le opere di Matteo Della Corte” (1975), il testo fondamentale sulla vita dell’archeologo cavese.

Articoli d’epoca: ritagli di giornali dell’epoca conservati negli archivi, tra cui un articolo del giugno 1972 pubblicato su “il Castello” e documenti che commemorano la sua morte nel 1962.

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