Un cavese a Napoli
C’è un cavese del Seicento che ha lasciato un’impronta importante nella storia culturale di Napoli, eppure pochi oggi ne conoscono il nome. Si chiamava Nunziante Pagano, ed era nato a Cava de’ Tirreni nel 1683.
Ancora giovanissimo lasciò la sua città per trasferirsi a Napoli, che in quel periodo era uno dei centri culturali più vivaci d’Italia. Intellettuali, poeti, filosofi e giuristi si incontravano nei salotti della città, e il giovane cavese non ci mise molto a farsi notare. Brillante, colto e dotato di una vivacità straordinaria, riuscì ad affermarsi sia come avvocato che come poeta e letterato, guadagnandosi la stima dei personaggi più influenti dell’epoca.
La battaglia per il dialetto
Ciò che rendeva Pagano davvero originale era la sua posizione sulla lingua. In un’epoca in cui i letterati si contendevano il primato tra italiano aulico, latino e greco, lui sosteneva qualcosa di rivoluzionario: che il dialetto napoletano valesse quanto — se non più — di qualsiasi altra lingua colta.
Il suo ragionamento era semplice e diretto: le prime parole che impariamo, i sentimenti più profondi, gli affetti più cari, li conosciamo attraverso il dialetto. È la lingua con cui si cresce, si ama, si soffre. Perché dunque non usarla anche per fare letteratura?
Non era una posizione folkloristica o nostalgica: era una scelta culturale precisa, che lo metteva in rotta di collisione con i circoli letterari più conservatori del tempo.
Le opere principali
Tra i suoi scritti, spicca Mortella d’Orzolone, un poemetto d’amore dedicato alla semplicità della vita di campagna. In queste pagine, Pagano non perde occasione per punzecchiare con ironia i letterati snob che si nascondevano dietro il fiorentino della Crusca o il latino degli antichi, dimenticandosi della gente comune.
Ma l’opera che gli portò la fama fu Le Bbinte rotola de lo Valanzone, un lungo poema in dialetto napoletano ispirato alle venti regole di vita di una scuola filosofica chiamata Il Portico della Stadera. Questa scuola cercava di unire la saggezza degli antichi stoici con i valori della morale cristiana — un tentativo di trovare un equilibrio tra ragione e fede. Il successo del poema fu tale che Pagano venne eletto guida spirituale della scuola stessa: un riconoscimento straordinario per un poeta.
Nello stesso volume pubblicò anche la Betracomachia, una rielaborazione in chiave comica e dialettale della celebre Batracomiomachia attribuita a Omero — una battaglia esilarante tra rane e topi. Pagano la trasformò in una satira pungente del mondo eroico e cavalleresco, con una comicità che ancora oggi sa far sorridere.
Lo pseudonimo e gli ultimi anni
Curioso e un po’ anticonformista, Pagano amava firmare le sue opere con lo pseudonimo Abbruzio Arsura Nunzian — un nome buffo e ironico, perfettamente in linea con il suo carattere fuori dagli schemi.
Si spense a Napoli l’11 agosto 1756, lasciando un’eredità culturale preziosa.
Purtroppo, come spesso accade, cadde nell’oblio quasi subito dopo la sua morte. Eppure Nunziante Pagano fu uno di quegli intellettuali capaci di guardare avanti, convinto che la grande letteratura non nascesse dai testi antichi o dalle regole delle accademie, ma dalla vita vera, dalla lingua di tutti i giorni, da quelle parole che si imparano in casa, tra le strade, tra la gente. Un messaggio che arriva intatto fino a noi, e che ci ricorda quanto Cava de’ Tirreni abbia saputo dare al mondo della cultura italiana.
Notizie tratte da “Il Castello” di D.Apicella