Quando la pietra parlava alla pergamena

27 Lug,2026 | Cava Ieri

Chi sale verso la Badia della Santissima Trinità, tra il fruscio dei passi sul sagrato e l’ombra dei chiostri, difficilmente immagina che tra quelle mura si conservi un pezzo importante della storia della scrittura nel Mezzogiorno longobardo. Lo racconta uno studio dello storico Alfredo Franco, che ha messo a confronto due mondi apparentemente lontani: le scritte incise sulla pietra e quelle vergate a penna sui documenti. Il filo che li unisce passa proprio da qui, dall’archivio della nostra abbazia.

Le botteghe degli scalpellini

Tra la fine del 700 d.C. e la fine dell’anno 1000, nelle terre controllate dai Longobardi, era diffusa l’abitudine di incidere lastre di marmo o pietra con scritte celebrative: le epigrafi. Si trovano soprattutto su tombe e sopra le porte delle chiese — a Benevento, a Capua, e in misura minore a Salerno. Ogni bottega di scalpellini aveva un suo modo di disegnare le lettere: alcune più tonde, altre squadrate, altre ancora decorate con piccoli rigonfiamenti simili a perline. Sono proprio queste differenze a permettere oggi agli studiosi di capire quando e dove è stata realizzata una lastra, anche quando manca la data.

A Salerno, verso la metà del 800 d.C., nacque uno stile scolpito piuttosto essenziale, quasi privo di decorazioni superflue: lo si vedeva nell’iscrizione — oggi perduta — che il principe Guaiferio fece realizzare per la chiesa di San Massimo. Secondo Franco, fu proprio questo stile a influenzare gli scalpellini di Capua, che nel secolo successivo svilupparono una versione più ricca ed elaborata, tanto da diventare il centro più importante della zona per questo tipo di lavoro.

Dalla lastra alla pergamena

Fin qui si parla solo di pietra. Ma il passaggio più curioso della ricerca riguarda un salto che a prima vista sembra strano: come mai uno stile pensato per essere scolpito su una lastra dura finisce per essere imitato anche da chi scrive su un materiale morbido come la pergamena?

Bisogna pensare a cosa erano, per un principe longobardo, i documenti ufficiali. I praecepta — i precetti — erano gli atti con cui si rendevano pubblici e solenni gli ordini del sovrano: un po’ i decreti del tempo, scritti a mano da un notaio di palazzo. Proprio perché dovevano apparire autorevoli agli occhi di chi li leggeva, i notai cominciarono a cercare un modo per renderli più solenni. E il modello più solenne che avevano sotto gli occhi era quello delle epigrafi: lettere maiuscole, squadrate, arricchite da qualche piccola decorazione. Copiare quello stile sulla pergamena era un modo per dire, in sostanza: questo documento vale quanto un’iscrizione su pietra.

È così che, a partire dalla metà del 900d.C., nei precetti dei principi di Salerno cominciano a comparire — soprattutto all’inizio e alla fine del testo, dove si scrivevano la data e le formule più importanti — lettere che imitano apertamente quelle delle epigrafi. Un dettaglio che riguarda da vicino la nostra città, perché molti di questi documenti sono arrivati fino a noi proprio grazie all’archivio della Badia.

I documenti conservati a Cava

Franco cita, tra gli altri, un precetto del 950 in cui il notaio Petrus scrive per la prima volta una lettera A con un tratto spezzato al centro, esattamente come si vedeva sulle lastre di pietra; un atto del 959 dove la formula della data richiama apertamente un’iscrizione; e un precetto del 1039 del principe Guaimario III, con lettere arricchite da piccoli rigonfiamenti decorativi. Atti che, non a caso, provengono tutti dall’archivio della nostra abbazia.

C’è poi un documento che lega ancora più da vicino la Badia a questa storia. Nel 1035 lo stesso Guaimario III donò alla nostra abbazia il monastero di Santa Barbara «de Novis in valle Novi» (nsediamento medievale storicamente situato nel territorio del Cilento, nell’attuale comune di Novi Velia). A scrivere l’atto fu un certo Romualdus, che alla fine del testo — quasi a volerlo firmare con un vezzo — usò lettere maiuscole squadrate che imitano da vicino lo stile delle epigrafi coeve: un piccolo esempio, conservato qui a Cava, di come la scrittura su pietra fosse ormai diventata un modello anche per chi scriveva su pergamena.

Un patrimonio che continua a parlare

Dietro una semplice pergamena conservata a due passi da casa nostra si nasconde l’eco di botteghe di scalpellini attive secoli prima a Salerno, Capua e Benevento. Il Codex diplomaticus Cavensis — la raccolta che da oltre un secolo trascrive questi documenti — resta lo strumento a cui guardare per chi vuole conoscere questa storia, e conferma come l’Abbazia della Santissima Trinità non sia solo un luogo di fede, ma anche uno scrigno di memoria per tutto il Mezzogiorno medievale.

Fonte: A. Franco, Scrittura epigrafica e scrittura dei documenti nella Campania longobarda (secc. VIII-XI), pubblicato in «Rassegna storica salernitana», nuova serie, XXVIII (2011), n. 55/1, pp. 11-72.

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