Vorrei partire in questo articolo da una frase che una mia amica oggi ha postato su Instagram:“È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente con le persone accese.” di Charles Bukowski.
A Cava de’ Tirreni il Natale è arrivato presto. Passeggiando per Corso Umberto I o attraversando le vie del centro, è impossibile non notare che da tre settimane la città si è già vestita di luce. Le vetrine brillano, gli alberi addobbati fanno capolino dietro i vetri dei negozi, e quell’atmosfera calda e dorata che ci accompagna verso la fine dell’anno ha già preso possesso delle strade.
Viene da chiedersi: perché ogni anno anticipiamo sempre di più il Natale? È solo una strategia commerciale? O forse risponde a qualcosa di più profondo, quasi un bisogno collettivo?
Viviamo un momento storico complesso: tensioni internazionali, conflitti vicini e lontani, incertezze economiche e la sensazione crescente che l’interesse personale prevalga troppo spesso sul bene comune. In un contesto così fragile, le luci di Natale diventano una piccola tregua, un rito anticipato per ritrovare – almeno con gli occhi – un senso di serenità.
Forse non anticipiamo il Natale. Anticipiamo la voglia di pace.
Ogni lucina accesa è una forma di speranza: una promessa silenziosa che, nonostante tutto, possiamo ancora credere nella gentilezza, nella comunità, nella possibilità di stare bene insieme.
Ma la pace non serve solo al mondo: serve anche dentro le case. Ogni giorno cronache e telegiornali ci parlano di omicidi familiari, suicidi, violenze a volte del tutto gratuite. Come diceva Bukowski: “Le persone sono sempre più intermittenti.”
Travolti dalla fretta, dalle distrazioni digitali, dalle tensioni quotidiane – e a volte da rigidità che soffocano invece di proteggere – ci ritroviamo con famiglie stanche e relazioni che perdono calore. Troppe vittime silenziose di incomprensioni, solitudine, durezza.
Il Natale, nel suo significato più autentico, non dovrebbe essere solo un’esplosione di luci artificiali, ma un modo per riaccendere le persone: ridare spazio al dialogo, all’ascolto, alla cura reciproca. Perché non c’è festa che possa brillare davvero se all’interno delle case qualcuno resta nell’ombra.
Allora, tornando alla domanda iniziale: perché anticipiamo sempre di più il Natale? Forse perché sentiamo tutti il bisogno urgente di qualcosa che manca da troppo tempo. Un po’ di dolcezza, un po’ di unità, un po’ di serenità. Un po’ di pace.
Le luminarie che oggi brillano a Cava non sono solo decorazioni. Sono messaggi, desideri sospesi nell’aria, il simbolo di una comunità che, pur tra difficoltà e smarrimenti, non rinuncia alla speranza.
E magari, anticipando il Natale, proviamo inconsciamente ad anticipare anche quella pace: dentro le case, nelle nostre relazioni, nella grande famiglia allargata che è la Terra.
La sfida è proprio questa: non farci trovare più intermittenti delle luci che decorano la città.
Possiamo iniziare da piccoli gesti: una parola gentile, un perdono dato, una riconciliazione attesa, un’attenzione in più verso chi ci sta vicino. Perché le luminarie, per quanto splendide, sono solo scenografia. Sono le persone – quando decidono di esserci davvero – a illuminare un’intera comunità.
Cava ha già acceso il Natale. Ora tocca a noi accendere qualcosa di più importante, e non lo scrivo per sentimentalismo: il cuore.
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