Una scomoda testimone : Bettina Tortora

13 Ago,2026 | I Personaggi

Quante volte siamo passati sotto quella stele, a Cappella Vecchia, lungo il sentiero 300 dell’Alta Via dei Lattari, senza chiederci cosa custodisse davvero? Pochi sanno che quella pietra non è un semplice segno di devozione, ma il ricordo di una donna, Bettina Tortora , vittima di un delitto che per un secolo è rimasto quasi interamente nel silenzio — tramandato solo per via orale, tra le mura di una famiglia.

Una vita tra i sentieri dell’Avvocata

Bettina, originaria di Pagani, viveva con il marito Luigi Ferrara — nativo di Tramonti, poi stabilitosi a Cava — in una condizione isolata, quasi da pastori, presso il Santuario dell’Avvocata . Era lei il perno della famiglia: scendeva regolarmente a Cava per vendere formaggio e fare provviste, percorrendo sempre lo stesso cammino. Un percorso fisso, isolato — una vulnerabilità che si sarebbe rivelata fatale.

Il 26 luglio 1926 , in zona Cappella Vecchia, Bettina viene uccisa da Gennaro Cortiglia , ventenne di Pollica, già garzone del cognato di lei. Su questo, i fatti non lasciano dubbi. Sul movente, invece, la storia si è spaccata per decenni in due versioni.

La leggenda di famiglia e le carte che l’hanno smentita

Per generazioni, in casa Ferrara si è raccontato un delitto d’onore: un approccio sgradito del giovane Cortiglia, il rifiuto di Bettina, la vendetta. È la versione custodita da Carlo Ferrara , nipote della vittima, e tramandata come verità di famiglia.

Ma a guardarla con freddezza, questa ricostruzione mostra crepe evidenti: nessun testimone, e un’età che non torna. Negli anni Venti la vita rurale invecchiava in fretta i corpi — l’idea di un tentato abuso da parte di un ventenne su una donna di sessant’anni suona più come un romanzamento postumo, un modo per dare dignità a una tragedia altrimenti troppo cruda da accettare.

Sarebbe rimasta questa l’unica versione, se il pronipote di Bettina, Christian Ferrara , non fosse andato a recuperare i verbali processuali originali. Le carte non parlano di passioni né di rifiuti: raccontano di sopravvivenza criminale, spietata e calcolata.

Cortiglia era un disertore, nascosto sui Monti dell’Avvocata. Al processo gli vennero contestati tre reati: il furto di un agnello, di proprietà del fratello di Luigi Ferrara; il furto di un fucile; e l’omicidio volontario, commesso con quella stessa arma.

Tolto il velo del romanticismo, resta un’equazione fredda: Cortiglia sapeva che Bettina lo conosceva di vista. Lei girava per quei sentieri, e per un disertore armato era un rischio che non poteva permettersi — una potenziale delatrice ai Carabinieri. Bettina non è stata uccisa per un rifiuto: è stata eliminata perché testimone scomoda.

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Lapide dedicata a Bettina Ferrara

Una pena dimezzata da un cavillo

Condannato per tre reati, Cortiglia vide la sua pena scendere a 16 anni grazie a un tecnicismo: la maggiore età, all’epoca, scattava a 21 anni. Per lo Stato, il disertore e assassino era solo un “minorenne” sfortunato. Cortiglia scontò la pena, sopravvisse alla guerra, e morì di vecchiaia a Torre Annunziata nel 1979 .

Cento anni dopo, un nome da non dimenticare

A un secolo di distanza, la storia di Elisabetta Tortora non era mai stata raccontata al di fuori della memoria familiare: nessun archivio online, nessuna cronaca digitale ne conservava traccia, prima che le ricerche di Christian Ferrara sui verbali giudiziari la riportassero alla luce. È lungo quello stesso sentiero — tra l’Abbazia di Cava de’ Tirreni e Maiori — che una donna fu privata della libertà e della vita da un uomo che le tolse ciò che nessuno dovrebbe mai poter togliere.

Ricordarla oggi non è solo un atto dovuto alla memoria di famiglia: è un modo per dire che ogni forma di violenza contro le donne, ieri come oggi, è una ferita che riguarda tutti noi.

Fonti: testimonianza orale di Carlo Ferrara, nipote di Bettina Tortora; ricerche sui verbali processuali condotte da Christian Ferrara, pronipote della vittima.

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